Quarta Parte: il Fascismo e la II Guerra Mondiale
Domenico e
Pasquale ormai sono adulti, i loro rami si elevano alti nel cielo e non hanno
più bisogno di stiracchiare le loro cime quando, curiosi, sentono il desiderio
di venire a conoscenza di ciò che si fa sul largo di Piazza Castello. Qui, in
seguito alla vittoria ottenuta con la presa di Trieste e Trento, diventano
sempre più frequenti le manifestazioni
militari, e da qualche anno ogni sabato c’è sempre grande parata: bambini,
adolescenti e giovani di entrambi i sessi, con la partecipazione obbligatoria
anche delle scuole, danno luogo a saggi spettacolari. Essi in verità sono pure belli a vedersi, ma sono
inquietanti, perché inquadrati in comportamenti che esaltano l’aggressività e
la prevaricazione e, bisogna dirlo, spesso danno adito ad ansie o addirittura a
serie preoccupazioni. Nella vita sociale poi domina un clima ambiguo e strano,
che da un lato esalta prepotentemente la
conquista della libertà e dell’emancipazione, dall’altro consente ai potenti,
che sono poi sempre i quattro abbastanza noti, di continuare a spadroneggiare
in nome della “rivoluzione e del cambiamento”. Basta dire che i nostri due
ippocastani la mattina non sono più allietati dai vivaci canti del gallo: per
ordine del podestà è perentoriamente proibito allevarli, anzi si sono dovuti
eliminare tutti quelli già esistenti, in quanto disturbano il sonno del nobile
signore. Il nostro importante vicino,
che fin dai primi anni del ‘900 passava insonni le notti per preparare i
discorsi contro i nemici del
cambiamento, ora ha bisogno di lungo riposo durante la notte, perché spossato
dalle fatiche diurne procurate dalla sua promessa solenne “Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e
di servire con tutte le mie forze e, se è necessario col mio sangue, la causa
della Rivoluzione Fascista”.
E la sua
dedizione alle “importanti” innovazioni delle istituzioni e ai “grandi
problemi” della Nazione è veramente laboriosa e incessante, tanto è vero che
non ha neppure un momento libero da dedicare al miglioramento delle “trascurabili”,
ma tristi condizioni, in cui versa la nostra piccola comunità guardiese.
La nuova ed
equivoca propaganda politica preoccupa non poco i nostri Domenico e Pasquale,
soprattutto perché si accompagna ad essa una cultura marziale che fa presagire nuovi
venti di guerra. E infatti il 10 Giugno del 1940 succede quanto paventato:
dalla vicina sede della Federazione Fascista la radio, accesa ad alto volume,
annunzia la dichiarazione di guerra dell’Italia.
Per i nostri
due gemelli si ripete il triste spettacolo del 1915:
Di nuovo pianti
e lamenti di donne che vengono ad attingere l’acqua. Sono disfatte e
profondamente addolorate per la partenza verso il fronte dei loro sposi e dei
loro figli. In pochi giorni il volto del paese cambia completamente e sembra
essersi trasformato in un campo militare. Il tempo che inesorabilmente passa fa
rendere conto che con questa guerra non si piange, come nella precedente,
soltanto per i cari che combattono in
terra lontana.
Questa volta la
guerra è anche qui:
Con i rombi
continui degli aerei che incutono paura e spingono la popolazione inerme a
cercare rifugio in locali sotterranei come i frantoi;
con le grida
incomprensibili, ma sempre minacciose, di soldati nemici che hanno occupato il
paese;
con le
deflagrazioni di bombe rovinose che portano tanta distruzione;
con la
trasformazione di case, una volta pudiche e irreprensibili, in lupanari per
militari affamati di sesso;
con la miseria
e soprattutto la fame che incombe per
ogni dove.
IV Parte: il Fascismo e la II Guerra Mondiale
Mo’ so’ ghrwòssǝ Dǝmìneqw’ e Paškàrǝ,
Ora sono grandi Domenico e Pasquale,
ku lǝ kanàla vànnǝ parǝ parǝ;
con i tetti vanno pari pari;
‘ncǝ šta bǝswògnǝ chjù dǝ s’allǝnqwà
non c’è bisogno più di allungarsi
pǝ’ vǝdè ‘Nkòpp’a la Pòrta kǝ sǝ fa.
per vedere Sulla Porta(Piazza) che si fa.
Rǝ sàbbǝtǝ è kka ‘na ghròssa féšta,
Il sabato è qua una grossa festa,
la chjàzza chjèn’e ggéntǝ sémpǝ réšta:
la piazza piena di gente sempre resta:
Cǝ stànnǝ rǝ soldàt’e rǝ škulàrǝ
Ci sono i soldati e gli scolari
kǝ fànnǝ la paràta militàrǝ.
che fanno la parata militare.
La vrǝtà: a vǝdè so’ kòsǝ bbéllǝ
La verità: a vedere son cose belle
‘štǝ štrǝzzjùnǝ dǝ wagljùn’e wagljǝncéllǝ;
queste esercitazioni di ragazzi e ragazze;
ma sǝ tǝ wàrd’attwòrn’a kka e a llà
ma se ti guardi intorno di qua e di là
vìtǝ kòsǝ kǝ tǝ fànnǝ preokkupà:
vedi cose che ti fanno preoccupare.
T’akkuòrgǝ k’a rǝ ggjùvǝna r’afférra
Ti accorgi che ai giovani afferra
‘nǝ wrìgljǝ dǝ ì facénnǝ sùlǝ wérra,
una voglia di andar facendo solo guerra,
e po’ sǝ pàrla tant’e libbertà,
e poi si parla tanto di libertà,
ma so’ ssémpǝ kìllǝ qwàtt’a kumannà.
ma sono sempre quei quattro a comandare.
Pùrǝ štavòta la rivoluzjònǝ
Pure stavolta con la rivoluzione
èv’akkuncjà ki è fatǝkatòrǝ,
doveva migliorare la condizione dei lavoratori,
ma kòm’a ssémpǝ rǝ rìqqw’e rǝ pratònǝ
ma come sempre il ricco e il padrone
fànnǝ rǝ prepotént’a tùttǝ l’òrǝ.
fanno i prepotenti a tutte le ore.
Fighuràtǝvǝ: pǝ’ tùttǝ rǝ rjònǝ
Figuratevi: per tutto il rione
a Natàlǝ ‘nzǝ màgna rǝ qwapònǝ;
a Natale non si mangia il cappone:
s’ànn’avùtǝ accìtǝ tùttǝ qwàntǝ,
si son dovuti ammazzare tutti quanti,
ka rǝ kòntǝ nǝn po’ ddòrmǝ pǝ’ rǝ kàntǝ!
chè il conte non può dormire per
il (loro) canto!
E s’édd’a sǝppǝrtà tànt’angharìja
E bisogna sopportare tanta angheria
k’addavèrǝ fa šchjattà la zǝ’ marìja:
che davvero fa crepare la vescica:
A nnòmǝ dǝ r’Impèr’e la Nazjònǝ
A nome dell’Impero e della Nazione
sǝ pakkarèglja pǝ’ la fàm’a tùttǝ l’òrǝ
si soffre per la fame a tutte le ore.
Ma kèllǝ kǝ chjù ‘e tùttǝ fa paùra
Ma quello che più di tutto fa paura
è ka ‘nkàpǝ cǝ pèsa ‘na scjaùra:
è che sulla testa ci pende una sciagura:
N’àrja brùtta scjòscja pǝ’ ògnǝ ttérra.
Un’aria brutta
spira per ogni terra:
Fra pòk’èdd’a škuppjà
kakk’àta wérra!
Fra poco deve scoppiare qualche
altra guerra.!
E a rǝ Qwarànta sǝccètǝ la škifèzza:
E il Quaranta succede la schifezza:
Pǝ’ rràdjǝ: ‘ rǝ motìv’e “Ggjovinèzza”!
Per radio: il motivo di “Giovinezza”!
A la ‘mprevìsa la vocj’è rǝ “Pratònǝ”
All’improvviso la voce del “Padrone”
de la wérra fa dichjarazjònǝ.
della guerra fa dichiarazione.
Qwànta chjàgnǝ de màmm’e ‘nnammǝràtǝ
Quanti pianti di mamme e fidanzate
sǝ sjéntǝnǝ la nòttǝ da ògnǝ llàtǝ!
si sentono la notte da ogni lato!
Tùttǝ ‘ndǝvìsa: pòvǝrǝ wagljùna!
Tutti in divisa: poveri ragazzi!
Pàrtǝnǝ pǝ’ rǝ fròntǝ: kǝ šfǝrtùna!
Partono per il fronte: che sfortuna!
E’ ‘na wérra chjù treménda
ankòra
E’ una guerra più tremenda ancora
dǝ kèlla dǝ rǝ Qwindǝcjǝ: a ògnǝ òra
di quella del Quindici: a ogni ora
‘nǝ rǝmòrǝ d’apparècchjǝ ‘ncjélǝ šta,
un rumore di aereo in cielo sta,
kàla bbòmmǝ e arrewìn’e sǝ nǝ va.
lascia bombe e rovina e se ne va.
Ent’a ppòkǝ re paèsǝ s’è kagnàtǝ,
In poco (tempo) il paese si è cambiato,
‘nǝ kàmpǝ militàr’è dǝvǝntàtǝ,
un campo militare è diventato,
‘nkòpp’e ssòtta vìtǝ kamjonéttǝ,
sopra e sotto vedi camionette,
la mǝsérja tòkk’a ki è pòkǝ ‘mpéttǝ.
la miseria tocca a chi è poco intraprendente.
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