venerdì 28 dicembre 2012
domenica 23 dicembre 2012
La Società di Mutuo Soccorso tra gli Operai di Cerreto Sannita inserisce nel suo II Quaderno "Poeti per Dialetto" due poesie di Silvio Falato:
Le fejelèlle
kàntene e fànne girotònde,
Ma de kòlpe re
tjémpe s’è ‘ngrugnàte
Marzo in Via Filippo De
Blasio
E’ passàte kìlle
frìdde ‘nkurejelùte 1)
ke ce
facèv’astrègne spàll’e djénta,
‘mmjéz’a la vìja
vèwe ka so’ ascjùte
le vecchjarélle ku
tùtte re parjénta.
Mo’ kka, mo’ llà
se pjàzzane la séggja
pe’ s’arrebbà ‘na
sferretéll’e sòle; 2)
‘na wagljencélla
zempelèglja 3) léggja léggja4)
‘nnànz’a la
kantìna de Totòre.
N’adddòr’e pàne
frìsqwe da la kùpa1)
‘mprefùma l’àrja
kauteréll’e dòce,
dòje krejatùre
pazzèjane kù la pùpa,
re bbalekòne se
àpre e fa re sòce.2)
Ke kummertazjòn’ 3) e
k’ammuìna: 4)
re wagljùna
allùqqwane pe re qwastjéll’ammònte,
re skarpàre
‘nchjòva ‘nkòpp’a re bankarjélle,
re
falegnàm’azzìm’a kòlpe de sqwarpjélle.
Orlànde ‘mmòtta 5)
e làva re varrìle, 6)
ne nìnne chjàgne:
se krèsce vìle vìle. 7)
Kka ‘na àtta
pòrt’apprjésse re mescìlle,8)
chjù llà ‘ne
qwàn’abbàj’arzìll’arzìlle.
e Itùccja se
chjàma le allìne;
re cjéle pàre
tùtte ‘ntrevelàte,1)
‘ne vjénte frìdde!...
e chjòve fìne fìne.
‘E press’e prèssa 2) bahàglj’e bahattélle
se pòrtene da
dènte mèze mòlle;
se ne so’ trasùte
pùre le vecchjarélle,
se qwòprene le
spàlle ku re skòlle. 3)
Mmjéz’a la vìja
‘nce sta chjù ‘ne qwàne
e llà ffòre ‘na
fenéstra sbàtte;
s’è ‘ntrevelàte
‘ne tjémpe k’èva sàne;
‘nce sta da fa’ ,
kìste Màrz’è màtte!
1)’nkurejelùte: agg.”rigido” (riferito al freddo pungente); il termine è coniato su “qwòreje” = cuoio (dal lat. “corium”), in quanto il freddo è “duro, rigido come il cuoio”;
2) sferretélla: s. f. “ raggio (di sole) tiepidino”; vezzeggiativo di “sférra” = raggio di sole. Il termine è deverbale da “sferrà” = scongelare, contrario di “ferrà” = gelare, costruito su “ferro”, dato che il ghiaccio è duro come il ferro. La voce “sférra” indica anche la lancetta dell’orologio, in quanto i primi misuratori del tempo recavano due sferette alle estremità delle lancette (è ancora possibile vederle sugli orologi da torre) . Il secondo significato s’incrocia con il primo;
3) zempelèglja: v. intr “saltella”; terza persona di “zempelejà”, iterativo di “zempà” = saltare, voce pandialettale di origine onomatopeica;
4) lèggja léggja: agg. “leggera leggera” per dire “con agilità”.
1)kùpa: s. f. “vicolo”; lat. “cupa”, femm. di “cupus” = oscuro, dato che il vicolo riceve poca luce del sole;
2) sòce: s. m. “topo”, “sorcio”. Il termine è usato in senso figurato e indica qui il riverbero della luce del sole effettuato nel nostro caso dal vetro di un’anta del balcone che si apre o si chiude. Per capire il collegamento semantico con “sorcio” basta pensare al gioco con lo specchietto che praticavamo da bambini: forniti di un frammento di vetro o, se si era fortunati, di specchio, ci si divertiva a riflettere il disco solare sui muri della case o sul volto delle vicine, intente ai lavori femminili davanti alle loro abitazioni, riflesso che con un minimo movimento della mano corre velecemente qua e là, come appunto fa il topo;
3) Kummertazjòne: s. f. “piacevole compagnia”; il termine (prevede un precedente *convertazione) è coniato sul verbo latino “convertere”= dirigersi insieme, avere dimestichezza e affetto;
4) ammuìna: s. f. “trambusto”, “confusione”, qui “piacevole baccano”; è lo spagnolo “mohina” con “a” prostetica di appoggio;
5) ‘mmòtta: v. tr. “ travasa”; è il verbo italiano “imbottare” = “versare nella “botte”;
6) varrìle: s. m. “barile”; spagnolo “barril”;
7) vìle vìle: agg. “esile esile”; è il latino “vilis” = di scarso valore;
8) mescìlle: s.m. “micino”; diminutivo di “mùscje”= micio, gatto, costruito probabilmente sul latino “mus” = topo, in quanto prende i topi.
1)’ntrevelàte:
agg. “torbido””cupo”; deaggettivale da “trùvele”
= torbido; dal latino “turbidus”,
passato per metatesi a *trubidus e per evoluzione b>v e d>l a “trùvele”;
2) ‘e préssa ‘e préssa: locuzione avverbiale “in fretta in fretta”;
espressione costruita su “préssa” =
fretta, deverbale dal latino “pressare”=
spingere, iterativo di “premere”(participio
“pressus”);
3) skòlle: s.
m. “scialle”; voce costruita su “collo”,
in quanto avvolge il collo.
INTERPRETAZIONE
E’ passato quel freddo
pungente che faceva stringere spalle e denti.
La strada già pullula di
vecchiette, uscite all'aria aperta insieme ai loro familiari.
Or qua or là sistemano le
proprie sedie per godersi l’incipiente calore primaverile e, seguendo il corso
del sole, si spostano di tanto in tanto, quasi come per rubare ogni piccolo
raggio dell’astro brillante.
Una bimba saltella agile e
spensierata davanti alla bettola di Salvatore.
Un profumo di pane appena
sfornato si diffonde nella dolce aria di
primavera. La massaia spalanca il balcone, e il riverbero della luce del
sole illumina a guisa di flash due creaturine che sul ballatoio seriosamente
conversano con le loro bambole.
Che armonia e che dolce baccano!
Le adolescenti cantano e
fanno il girotondo, i ragazzi, inerpicandosi a gara lungo le pareti della
roccia del castello, mandano grida squillanti.
Il calzolaio batte e
ribatte suola e chiodi presso il suo deschetto; il falegname è tutto impegnato
a dar forma a un utensile a colpi di scalpello.
Orlando, intento a
travasare il vino sulla porta della sua cantina, risciacqua il barile; un
bimbetto piange lamentando la sua salute malferma.
Qua una gatta procede
prudente con al seguito i suoi micini, più in là un cane abbaia brioso,
agitando il muso all’aria fresca e profumata.
Ma all’improvviso quel clima
sereno e confortevole si rabbuia, e Iduccia già chiama a raccolta le sue
galline; il cielo si è fatto bigio e minaccioso, spira un vento freddo e
comincia a piovigginare.
Gli artigiani in fretta e
furia portano al riparo nella bottega
arnesi e manufatti già mezzo bagnati; malvolentieri
sono rientrate pure le vecchiette e per il freddo si coprono le spalle con lo
scialle.
Ormai in istrada non c’è
più nessuno. Tutto tace: si sente soltanto lo sbattere cadenzato di una
finestra, preda del vento.
Inaspettatamente s’è
imbronciato un tempo che era così dolce e sereno.
Quanto micidiali sono i
colpi di testa del mese di marzo!
Pianto dell’emigrante
Ku r’wòcchje
‘ntérra vàwe passjénne
e tùtte skunzelàte
vàwe chjagnénne.
A ògne pàsse facce
‘na kadùta,
ògne sprànza òrmàje s’è perdùta.
Me pògn’ént’a re kòre la Pertélla
Ku la sallùta
de la Fentanélla.
Ke bbélle kèlla vòrj’a seskettìna 1)
e kèll’àrja d’abbrìle fìna fìna!
Velèsse sénte re swòn’e
le kampàne
de la Chjésja de Sànt’Austjàne,
fa’ “sètt’e tùtta”
e ‘na skuparélla 2)
ént’a re barretjélle de Chjarèlla.
Me mànka kìll’addòre
de necèlle
ku r’àrk’e Sàn Felìpp’e
le lecèlle.
Me mànka l’Assùnta e me la prèwe,
chjù ‘ e vìnt’ànne so’ ke ne la vèwe.
1) seskettìna:
s. f. “è detto del vento che soffia forte e gelido”; voce formata sul verbo “seskà”,
variante di “seschjà” = fischiare, formatosi sull’italiano“fischiare”,
con assimilazione tra la prima e la
seconda sillaba. Confronta il napoletano e il pugliese “sciskà”.
2) “sètte “ e “tùtta” sono
voci legate al gioco della morra e sono usate per indicare rispettivamente il numero sette e il
numero dieci, come somma delle dita lanciate; la “skuparélla” è il diminutivo di “skòpa”
= scopa, noto gioco che si fa con le carte napoletane.
INTERPRETAZIONE
A testa china vo’ vagando senza meta, piango e niente può
confortarmi. Mi trascino a fatica, e le gambe cedono a ogni passo.
Non ho ormai speranza alcuna di poter tornare nella mia
cara terra; mi rode il cuore il ricordo
del vicinato della Portella e dell’erta salita di Via Fontanella.
Quanto grande sarebbe la gioia di lottare col gelido e
sibilante soffio della bora impetuosa o di respirare a pieni polmoni al
venticello stuzzicante del mattino di Aprile!
Ah! Come vorrei sentire gli incantevoli rintocchi delle
campane della Basilica di San Sebastiano!
Come desidererei
sferrare le dita molleggianti della mano nel gioco della morra assordante
presso il locale affumicato del Bar “Chiarella”!
Quanto mi mancano da una parte il profumo inebriante
delle noccioline americane appena arrostite dall’altra il luccichìo meraviglioso
delle luminarie della Festa di San Filippo!
Più di ogni cosa,
però, mi manca la Vergine Assunta.
Continuo a pregarla da lontano da più di vent’anni e
lentamente mi consumo nella voglia ardente di inginocchiarmi davanti alla sua
nicchia.
mercoledì 19 dicembre 2012
IERI GIORNATA DEL CUORE A GUARDIA: INTERVENTO DEL PRESIDENTE CARLO LABAGNARA RENATO
Siamo particolarmente e sensibilmente soddisfatti perché si è realizzato un nostro sogno manifestato pubblicamente da diversi anni; direi la soluzione di una necessità che ritenevamo importante e non procrastinabile.
Nei nostri convegni, meglio definirli “corsi sulla prevenzione”, abbiamo sempre posto l’accento sull’importanza di effettuare corsi gratuiti per l’uso dei defibrillatori. Problema sollevato nelle sedi competenti, che non ha mai trovato risposte positive; invece, le abbiamo trovate per quanto riguarda gli operatori, che il legislatore aveva individuato dapprima nei soli medici e poi anche nel personale paramedico.
Un emendamento per ampliare questa platea, fu suggerito da noi, Associazione di Guardia, al Conacuore che lo girò al Presidente del Gruppo dei Parlamentari Amici del Cuore (trasversale) e da questi redatto e presentato per l’intervento legislativo.
Alla gioia di questi giorni uniamo l’auspicio che non ci si fermi qui.
Siamo coscienti che ciò costituisce impegno economico per l’Ente autorizzato all’istruzione; ma siamo altrettanto convinti che queste spese sono un investimento a rischio zero e ad alto rendimento.
Con il Conacuore tramite il citato Gruppo Parlamentare, abbiamo chiesto al Parlamento della Repubblica, che questa idoneità potesse avere un peso giuridico nei curriculum.
Il 28 maggio scorso, sottoponemmo questa nostra idea direttamente al Presidente della Camera, quando fummo da lui ricevuti ufficialmente a conclusione delle manifestazioni del nostro primo decennale di attività.
Per verità storica ricordo che in quell’occasione gli chiedemmo anche di interessarsi affinchè le nostre città fossero cardioprotette proponendo i seguenti interventi: distribuzione in rete di defibrillatori, partendo, magari, dal progetto da noi presentato qualche anno fa alla Regione Campania – firmato dal nostro Comitato Scientifico - ma che è rimasta lettera morta nonostante i sollecitati interessamenti di qualche politico regionale; l’installazione di defibrillatori in tutti i luoghi pubblici;
l’incentivazione ed il sostegno all’acquisto, prevedendo sgravi fiscali;la formazione gratuita degli operatori; Chiedemmo, anche, di intervenire: sulle strutture sanitarie pubbliche e private affinchè promuovessero la prevenzione;sulle scuole di ogni ordine e grado, per l’attuazione di corsi di educazione alla salute, con particolare insistenza sulla prevenzione e sui fattori di rischio e, uscendo dalla semplicità di un progetto, magari finanziato e realizzato solo sulla carta, li rendessero materia curriculare. Con la Terza Carica dello Stato parlammo anche di morti improvvise durante le competizioni agonistiche. Auspicammo: di vedere forniti di defibrillatore tutti i rettangoli di gioco, pubblici o privati, grandi o piccoli, la cui mancanza deve costituire motivo di non collaudo della struttura o di dichiarazione di non idoneità all’uso; che l’arbitro non desse inizio alla competizione se a bordo campo dovesse mancare l’operatore; gli sottolineammo l’urgenza di rendere la medicina dello sport più incisiva. In particolare una revisione del protocollo per il rilascio delle certificazioni di idoneità.
Ci consenta, Sindaco, di chiederle se può intervenire – pur in assenza di una legislazione nazionale e quale autorità sanitaria - per quanto riguarda le competizioni sportive. Se sì, non tardi un solo istante. La supplichiamo…. !
Per quanto riguarda “Guardia cardioprotetta”, mi piace ricordare che essa lo è già da qualche tempo. Anni addietro, la Provincia affidò a noi un defibrillatore. Noi non potendo, però, assicurare una reperibilità totale, suggerimmo di destinarlo alla “Misericordia”. Ci risulta che alcuni suoi iscritti hanno fatto i corsi adeguati e sono inseriti tra gli abilitati già da molto tempo.
Oggi vengono donati altri due defibrillatori. Grazie infinite a voi che avete sopportato la spesa.
Concludo rivolgendomi a Voi che avete partecipato a questi corsi di formazione e ai vostri colleghi. Oggi Guardia, insignita del titolo “Città del Cuore” nel 2004 , vi guarda con occhio particolare e a voi va in modo speciale l’omaggio della nostra Associazione e del Conacuore. Su di voi grava il nobile e pesante fardello della disponibilità ad essere reperibili e ad intervenire in qualsiasi momento la vostra missione è reclamata.Voi siete coloro che possono salvare qualche vita umana. Voi potete essere tranquillamente definiti, come ho detto e scritto in tante altre occasioni, le colombe di pace che, nell’azzurro del cielo infinito, felici volano verso il falco della guerra per offrirgli il ramoscello d’ulivo. Voi, con noi, ognuno per le proprie competenze e responsabilità, gli eterni nemici delle morti improvvise.
Si riuscirà in questa impresa? Probabilmente in qualche caso sì, in altri no. Noi vi offriamo collaborazione; voi non negatecela.
Insieme, infatti, voi con i pratici interventi e noi con l’insistenza sulla prevenzione, forti delle convinzioni Goethiane, combatteremo la nostra battaglia, che è onorevole, con onore ed entusiasmo, anche quando realisticamente non si intravede un risultato di vittoria.
Questo non è accanimento terapeutico.
E’ solo la conduzione di un’operazione inserita in una guerra su cui, ne sono convinto, le generazioni future potranno trionfare.
Noi stiamo preparando il campo!
Grazie".
lunedì 17 dicembre 2012
Polverosi ed avvizziti giacciono i frammenti del tempo che è stato. Dimenticati e quasi dissimulati riposano i momenti dell’epoca passata. Ma un’aura vitale e tutt’altro che caliginosa si leva con forza da un sostrato frastornato da un carosello di ‘novelle cose’.Il torpore e l’assopimento lasciano il passo ad una memoria dirompente e le orme del passato rinvigoriscono, facendo del ricordo degli anni trascorsi il ‘leit motiv’ del tempo presente.
Intanto, un etere di festa si spande anche nelle intercapedini più serrate e l’aria si veste di una gioia nuova: è Natale, il Natale del tempo che fu.
La nostra memoria viene guidata in un viaggio a ritroso di ‘solo’ mezzo secolo, sì che si possano “rivivere intensamente momenti di vita perfettamente regolati dal ritmo delle stagioni e bene ordinati nella loro organizzazione di vita quotidiana: periodi di duro lavoro e di pesanti astinenze e sacrifici, adeguatamente compensati da occasioni di pause ristoratrici, di momenti di esultanza festosa, di parentesi di gioia spirituale”.
E’ questa quella “magia dell’antico” che il Prof. Silvio Falato, già docente presso la Scuola Media “Sebastiano Guidi” di Guardia Sanframondi e cultore del dialetto guardiese e della lingua italiana, ha fatto rigermogliare negli animi (troppo spesso) desti del pubblico presente.
L’occasione è stata una cena organizzata il 15 dicembre dai soci del Circolo Culturale “L’Unione” di Piedimonte Matese (CE), alla quale il Falato ha fatto degnamente da relatore.
L’occasione è stata una cena organizzata il 15 dicembre dai soci del Circolo Culturale “L’Unione” di Piedimonte Matese (CE), alla quale il Falato ha fatto degnamente da relatore.
Le pronunciate doti linguistiche, il pullulante amore per le ‘cose nostre’ nonché la spiccata capacità di coinvolgere anche i più giovani nelle ‘cose passate’ sono elementi che ben qualificano il Cultore di lingua guardiese.
Linda Petrella, membro del Consiglio direttivo del Circolo “L’Unione” e curatrice dell’organizzazione della cena-evento dal titolo “Aria di Natale: la magia dell’antico attraverso proverbi, poesie, tradizioni, ricordi”, nel dare la parola all’illustre relatore, ne ha giustappunto evidenziato le abilità ed i meriti.
Linda Petrella, membro del Consiglio direttivo del Circolo “L’Unione” e curatrice dell’organizzazione della cena-evento dal titolo “Aria di Natale: la magia dell’antico attraverso proverbi, poesie, tradizioni, ricordi”, nel dare la parola all’illustre relatore, ne ha giustappunto evidenziato le abilità ed i meriti.
Silvio Falato ha così passato in rassegna i momenti salienti e più significativi di un Santo Natale, quello di qualche anno fa, atteso da grandi e piccini, motivo esso di “esultanza e gioia spirituale, ma anche di meditazione e di consolidamento degli affetti familiari”. Un Natale sconosciuto ai giovani di oggi e vissuto con grande nostalgia dai meno giovani, i quali sanno bene che ormai “Natàle mo’ vène tùtte re jwòrne” (Natale adesso viene tutti i giorni).
Ed infatti, “la disponibilità quotidiana di cibo abbondante e di prelibatezze, favorite dal miglioramento economico, non fa apprezzare più la squisitezza e la genuinità di quelle vivande che un tempo erano disponibili solo a Natale e che diventavano particolarmente saporite, soprattutto perché venivano somministrate dopo lunghi periodi di continenza e di privazioni”, ha spiegato il Prof. Falato.
Oggi, il tran tran quotidiano, abbinato alla caotica e disordinata vita giornaliera, vestita di una becera tecnologia, hanno fatto sì che il sapore dolce e bucolico dell’attesa e del bisogno di stare in famiglia fosse calpestato dall’odore acre e spigoloso della noncuranza e della perenne insoddisfazione, del volere sempre di più di quel che si ha.
Un tempo, invece, gli animi plaudivano alle agiatezze e alla soddisfazione che derivavano dal periodo prenatalizio.
Come ha sottolineato Silvio Falato nella sua relazione, “non si avvertivano i disagi del freddo soprattutto perché le dispense erano ancora piene. Si aveva possibilità e tempo di gioire fino all’Epifania, data in cui finivano le Feste e arrivava il vero freddo, con i disagi comportati da un’alimentazione non sempre soddisfacente: “Dòppe le Féste vjéngwene le tempéste” (Dopo le Feste vengono le tempeste)”.
Ed infatti, “la disponibilità quotidiana di cibo abbondante e di prelibatezze, favorite dal miglioramento economico, non fa apprezzare più la squisitezza e la genuinità di quelle vivande che un tempo erano disponibili solo a Natale e che diventavano particolarmente saporite, soprattutto perché venivano somministrate dopo lunghi periodi di continenza e di privazioni”, ha spiegato il Prof. Falato.
Oggi, il tran tran quotidiano, abbinato alla caotica e disordinata vita giornaliera, vestita di una becera tecnologia, hanno fatto sì che il sapore dolce e bucolico dell’attesa e del bisogno di stare in famiglia fosse calpestato dall’odore acre e spigoloso della noncuranza e della perenne insoddisfazione, del volere sempre di più di quel che si ha.
Un tempo, invece, gli animi plaudivano alle agiatezze e alla soddisfazione che derivavano dal periodo prenatalizio.
Come ha sottolineato Silvio Falato nella sua relazione, “non si avvertivano i disagi del freddo soprattutto perché le dispense erano ancora piene. Si aveva possibilità e tempo di gioire fino all’Epifania, data in cui finivano le Feste e arrivava il vero freddo, con i disagi comportati da un’alimentazione non sempre soddisfacente: “Dòppe le Féste vjéngwene le tempéste” (Dopo le Feste vengono le tempeste)”.
Il Prof. Falato ha condotto i presenti in un viaggio fatto di proverbi e di tradizioni, di flash onomatopeici, rigorosamente in dialetto guardiese, che hanno saputo disegnare immagini nitide dei vecchi costumi.
Attraverso le parole dell’oratore, gli ascoltatori hanno indossato le vesti del passato e recitato gli ‘spartiti’ della gente dei tempi antichi.
Attraverso le parole dell’oratore, gli ascoltatori hanno indossato le vesti del passato e recitato gli ‘spartiti’ della gente dei tempi antichi.
L’ “epopea di Ciqqwe” ha suscitato il divertimento e l’entusiasmo di quanti hanno potuto riassaporare un passato ormai lontano, ma sempre vicino ed immanente.
“Ciqqwe” era il nome che si attribuiva al maialino che si acquistava durante la Fiera di San Pascasio Martire (che ancora oggi si tiene a Guardia Sanframondi ogni terza domenica di ottobre) e che si accudiva per un anno fino al momento della sua uccisione.
Con minuzia di particolari, le vicissitudini del povero maialino sono state riportate dall’autore, il quale, al termine della serata, ha dichiarato: “La mia preoccupazione era che la caratteristica del dialetto stretto, soprattutto ‘l’epopea di Ciqqwe’, avrebbe comportato delle difficoltà di comprensione, ma tutte sono state superate dall’amore per le cose nostre e principalmente perché, essendo stati i due paesi (Guardia Sanframondi e Piedimonte Matese), fino al 1861, aree laterali della vecchia Provincia di Terra di Lavoro, la cultura è essenzialmente la stessa”.
“Ciqqwe” era il nome che si attribuiva al maialino che si acquistava durante la Fiera di San Pascasio Martire (che ancora oggi si tiene a Guardia Sanframondi ogni terza domenica di ottobre) e che si accudiva per un anno fino al momento della sua uccisione.
Con minuzia di particolari, le vicissitudini del povero maialino sono state riportate dall’autore, il quale, al termine della serata, ha dichiarato: “La mia preoccupazione era che la caratteristica del dialetto stretto, soprattutto ‘l’epopea di Ciqqwe’, avrebbe comportato delle difficoltà di comprensione, ma tutte sono state superate dall’amore per le cose nostre e principalmente perché, essendo stati i due paesi (Guardia Sanframondi e Piedimonte Matese), fino al 1861, aree laterali della vecchia Provincia di Terra di Lavoro, la cultura è essenzialmente la stessa”.
La serata è stata allietata dai piatti amorevolmente preparati per l’occasione e dalla degustazione dei vini della Cantina Morone di Guardia Sanframondi, i quali sono stati magistralmente presentati dalla dott.ssa Eleonora Morone.
Con la poesia “Arj’e Natàle”, composta dal Falato proprio per la ricorrenza, questi ha ricordato come, un tempo, l’allestimento del presepe trasformasse la casa in “una laboriosa bottega di mastri d’ascia: chi segava le solide tavole che dovevano fare da base a tutto l’apparato presepiale, chi inchiodava a forti colpi di martello, chi, canticchiando, pitturava le casette di cartone, chi incollava i pastori che presentavano lesioni o rotture. Era un’armonia di dolci rumori e di canti”.
Un tempo il Natale era sintonia, serenità, affiatamento…
Ed oggi? Oggi, esso appare come il simbolo dello sperpero e dell’ostentazione, in un’epoca in cui i sentimenti veri, quelli che ti segnano dentro e ti tengono stretti ai tuoi consanguinei, sono divenuti semplici ‘elementi’ da mettere in mostra, camuffatori di negligenza e disamore per quel che siamo e per quel che siamo stati. O mi sbaglio?
Ed oggi? Oggi, esso appare come il simbolo dello sperpero e dell’ostentazione, in un’epoca in cui i sentimenti veri, quelli che ti segnano dentro e ti tengono stretti ai tuoi consanguinei, sono divenuti semplici ‘elementi’ da mettere in mostra, camuffatori di negligenza e disamore per quel che siamo e per quel che siamo stati. O mi sbaglio?
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domenica 16 dicembre 2012
Aria di
Natale
(La magia
dell’antico attraverso proverbi, poesie, tradizioni, ricordi)
L’aria di Natale di cui parleremo stasera
è quella di Guardia Sanframondi, un paese di origine normanna, che prima del
1861 era l’estremo lembo nordorientale di Terra di Lavoro; ci troviamo quindi
in un ambiente modesto, che era dedito soprattutto all’agricoltura e
all’artigianato e che dal punto di vista storico, socio-economico e culturale
non si discostava molto da quello della
vostra e nostra amata Piedimonte.
Nel titolo e nel sottotitolo del tema da
affrontare troviamo due espressioni interessanti: “Aria di Natale” e “Magia
dell’antico”. Esse sembrano rispecchiare un altro mondo, molto lontano da noi:
pare che ci si muova in un ambito remoto, animato soltanto da sbiaditi ricordi.
Eppure non bisogna andare molto indietro
nel tempo per assaporare l’inebriante aria natalizia e l’incanto ammaliatore di
un tempo che fu.
Sono sufficienti 50 – 60 anni di viaggio a
ritroso nella memoria per rivivere intensamente momenti di vita perfettamente
regolati dal ritmo delle stagioni e bene ordinati nella loro organizzazione di
vita quotidiana: periodi di duro lavoro e di pesanti astinenze e sacrifici,
adeguatamente compensati da occasioni di pause ristoratrici, di momenti di esultanza
festosa, di parentesi di gioia spirituale.
E proprio occasione di esultanza e di
gioia spirituale, ma anche di meditazione e di consolidamento degli affetti
familiari è stato sempre considerato il Natale.
Esso, purtroppo, già negli anni ’60 subiva
uno scossone e ormai veniva rimpianto dai nostri genitori. Costoro, di fronte
al boom economico allora in atto e al conseguente benessere che ne derivava,
erano soliti dire: “Eh! Natàle mo’ vène
tùtte re jwòrne”: “Eh! Natale adesso
viene tutti i giorni”, annunziando in questa maniera il campanello di allarme
secondo il quale la disponibilità quotidiana di cibo abbondante e di
prelibatezze, favorite dal miglioramento economico, non fa apprezzare più la
squisitezza e la genuinità di quelle vivande che un tempo erano disponibili
solo a Natale e che diventavano particolarmente saporite, soprattutto perché
venivano somministrate dopo lunghi periodi di continenza e di privazioni.
Era proprio questo, la disponibilità di cibo
abbondante e succulento, uno dei motivi principali per cui il Natale era atteso,
era apprezzato, era vissuto in maniera intensa.
L’attesa del Natale cominciava esattamente
un mese prima. Lo dimostra il proverbio
“Kòme katarenèglja, akkussì natalèglja”
una frase breve e sentenziosa, che , come una Bibbia
ispiratrice di una norma etica o di una verità, fa una previsione meteorologica
a lungo termine, preannunziando lo stato del tempo atmosferico del giorno di
Natale:
Esso sarà così come è il giorno di Santa
Caterina di Alessandria, martire del IV secolo, che si festeggia il 25
Novembre, un mese esatto prima della grande festività.
Bellissimi i due termini “Katarenèglja” e “Natalèglja”; il primo
è costruito su “Caterina”, il secondo
su “Natale”; l’uno e l’altro termine
sono stati coniati a bella posta per essere usati esclusivamente in questo
aforisma; infatti non li troviamo usati in nessun altro ambito linguistico.
Posto centrale e di rilievo nella nostra
ricorrenza occupava naturalmente il
bambino. Il suo ruolo di primo attore lo vediamo comparire già il 6 Dicembre,
giorno di San Nicola, il taumaturgo tanto caro ai piccini. In verità oggi è
soprattutto nei paesi nordici che il nostro vescovo di Mira è venerato come il
Protettore dell’infanzia; svolge infatti la stessa funzione che da noi ha la
Befana; ma non dimentichiamo che tale
taumaturgo è conosciuto nella storia della Chiesa come il Santo il cui culto
proviene da Bari e da Benevento e che soltanto più tardi è stato accolto in
altre regioni, diventando di fama mondiale e assumendo addirittura la funzione di Babbo Natale. A tal
proposito conviene sottolineare che il cappuccio del vecchietto che porta sulle
spalle il sacco colmo di doni ricorda la mitra vescovile del Santo di Bari, e
il nome “Santa Claus” altro non è se
non l’evoluzione del nome San Nicola, attraverso il tedesco Nikolaus.
Probabilmente in passato anche da noi San Nicola elargiva doni; oggi con certezza
possiamo però affermare che nella nostra tradizione è il protettore dei bambini.
Ce lo dice la seguente formula
proverbiale:
“Sànte Nekòla, Sànte Nekòla, te dònqwe la
zànna vécchja e tu dàmme kèlla nòva, e dammèlla akkussì fòrte ke m’àggj’a
ressekà re fjérre de la pòrta”:
“San Nicola, San Nicola, ti do il dente
vecchio e tu dammi quello nuovo, e dammelo così resistente che devo rosicchiare
il ferro della porta”.
E’ una simpatica cantilena di preghiera,
recitata dal bimbo che, avendo perduto un dente da latte, si accinge, seguendo
un rituale ben preciso, a buttarlo tra le fiamme del focolare, sì che venga
bruciato fino a diventare cenere.
E’ credenza comune che non bisogna gettare
nellimmondizia né in altro luogo il dente caduto, in quanto, se viene mangiato
per caso da un cane, crescerà al suo posto proprio un dente del suddetto
animale.
Le correlazioni tra il nostro San Nicola e
Santa Claus, tra la sua funzione di Protettore dei bambini e le figure di Babbo
Natale e della Befana, unitamente al fatto che si festeggi 20 giorni prima di
Natale, consentono bene di inserire anche la Festa di questo Santo tra gli
eventi che fanno respirare aria natalizia.
E funzione di protagonismo continuano ad
assumere cibo prelibato e bambini col proverbio
“A Sànta Lecìja se skòse la cìlema”:
“A Santa Lucia si
scuce il sacchetto (dei fichi secchi)”.
La cìlema (dal latino “cìrba”) era il
sacchetto bianco di cotone(non quello rozzo di iuta) in cui a Settembre si
deponevano i fichi secchi appena tolti dai graticci esposti al sole. La prima
preoccupazione della mamma di famiglia era quella di ricucire accuratamente la
bocca superiore del sacco. In questa maniera il contenitore veniva
letteralmente sigillato e così non era consentito a nessuno di poter trafugare
qualcuno dei preziosi dolcetti; si provvedeva poi a relegare il sacchetto in un
posto sicuro, in fondo alla stipo.
Il 13 Dicembre, giorno di Santa Lucia,
approssimandosi ormai il Natale, terminava il tempo dell’indigenza e della
rassegnazione: si scuciva il sacchetto e si metteva a disposizione, soprattutto
del bambino ubbidiente e servizievole, il fragrante fico secco; ancora oggi il
vecchietto vuole vederlo imbandito sulla tavola natalizia, come ricordo
nostalgico dei profumi della sua adolescenza lontana.
A sottolineare l’abbondanza del nostro
periodo prefestivo è un altro proverbio:
“Prìm’e Natàle né frìdd’e né ffàme, dòppe Natàle
frìdd’e ffàme”:
“Prima di Natale
né freddo né fame, dopo Natale freddo e fame”.
Vengono ribadite le agiatezze e la
soddisfazione che ne deriva del periodo che precede il Natale:
Non si avvertivano i disagi del freddo
soprattutto perché le dispense erano ancora piene. Si aveva possibilità e tempo
di gioire fino all'Epifania, data in cui finivano le Feste e arrivava il vero
freddo, con i disagi comportati da un’alimentazione non sempre soddisfacente;
infatti accanto al suddetto proverbio c’è l’altro:
“Dòppe le Féste vjéngwene le tempéste”:
“Dopo le Feste vengono le tempeste”(
previsione non molto cara e promettente).
A proposito di tempeste e di tempo
meteorologico, il nostro calendario natalizio prevedeva, prima del 25 Dicembre,
un rigoroso abbassamento di temperature. Lo dimostra il proverbio
“Nòve jelàte ‘nnànte Natàle”:
“Nove gelate prima
di Natale.
Immancabilmente in concomitanza con le
novene natalizie, dal 16 al 25 Dicembre, ci si svegliava con i campi imbiancati
dalla brina. Tali eventi sono stati sempre di buon auspicio, perché provvedono
ad addormentare definitivamente la campagna, che ha bisogno del suo regolare
riposo, e inoltre distruggono gli insetti nocivi.
Oltre alle date che abbiamo esaminate
fungeva da vera e propria apertura del periodo natalizio l’8 Dicembre, Festa
dell’Immacolata Concezione.
Da quel momento in poi l’aria di Natale
spirava per ogni dove. Mentre facevano capolino sulle mense le prime leccornie,
la famiglia, in un clima accorato e armonico, si dava da fare per realizzare il
presepe.
E a questo punto voglio farvi ascoltare
una mia poesia in dialetto, composta proprio per voi e per l’evento di stasera.
Prima, però, di recitare i versi, ritengo opportuno leggervi una nota
interpretativa del testo affinché sia esso poi più comprensibile:
“Appena arrivava la Festa dell’Immacolata
Concezione, si piazzava la grossa scala presso il portellone del solaio e si
scendeva giù una grossa valigia legata
con lo spago; si tiravano così fuori pastori, casette, carte colorate e tutto
ciò che serviva per l’allestimento del presepe.
Prima di tutto ci si accertava delle
condizioni delle singole statuette: allora erano di argilla, non di plastica
come adesso, e facilmente si aveva la sorpresa di trovarne alcune prive di
qualche arto o altra parte del corpo.
Immediatamente la casa diventava una
laboriosa bottega di mastri d’ascia: chi segava le solide tavole che dovevano
fare da base a tutto l’apparato presepiale chi inchiodava a forti colpi di
martello chi, canticchiando, pitturava le casette di cartone chi incollava i
pastori che presentavano lesioni o rotture. Era un’armonia di dolci rumori e di
canti. La costruzione del presepe impegnava un’intera settimana, e a scuola non
si vedeva l’ora del suono della campanella d’uscita per portarsi di corsa a
casa, mangiare in fretta e furia il pasto di mezzogiorno e mettersi poi subito
al lavoro.
Un’aria di gioia e di festa pervadeva la
casa: si era rapiti dall’inebriante profumo delle zeppole, del baccalà, dei
dolci di Natale, che la mamma, solerte, sfornava continuamente. Era un’aria
dolce che mi resta ancora nel cuore; infatti ogni anno, all'entrata del periodo
natalizio, sento di dentro una voce incantevole, quella di un bimbo, rimasto sempre
fanciullo, che accanto al presepe intona i canti di Natale”.
Arj’e Natàle
Kòm’a ssémpe, a la Kuncezjòne,
se mettèva la skàl’a re seppìgne:
Se scegnèva ‘ne ghrwòsse valeggjòne,
attakkàte ku ‘ne spàwe fìne fìne.
Arravegljàt’a kàrta de ggjornàle,
ascèvene pastùr’e kasarélle.
“Kòme so’?” “Me pàre nen c’è mmàle!
Ce mànkene re bbùw’e r’asinélle”.
E allòra la kàsa tùtta qwànta
deventàva de màstre ‘na petèka:
Ki sèha ki ‘nchjòva, kìst’àte pìtt’e kkànta,
kìll’àte re pastùra rùtt’appèka.
Re bresébbje pe’ ‘na settemàna
tenèva ‘nchjùse ghrwòss’e peccerìlle.
Dòppe la skòla de kòrza se magnàva
pe’ fùje a ‘nkullà kàkk’angelìlle.
Ke fésta ògne jwòrne ke passàva!
‘N’addòre te ‘mbrjakàva ‘a kka e da llà:
De kontìnwe mamélla ‘mpasteccjàva
nekkutélle, zeppelèll’e bbakkalà.
Qwànd’arrìva
re tjémpe de Natàle,
da
re kòr’ésce ‘na vòce ke me ‘nkànta:
E’
‘ne nìnne k’è remàste tàl e qqwàle
e
vecìn’a re bresébbj’akkussì kànta:
Mo’
vène Natàle, nen téngwe denàre,
m’appìccje
la pìppa e me mètt’a ffemà.
A
mezanòtte se spàren’e bbòtte,
me
mètt’o kazòne e vàw’a vvedè.
Pe’
vàll’e trattùra tu vìte pastùra,
re
rre de re mùnne ann’à vessità.
Sta
‘ncjéle, ke bbélle! ‘Na kupérta de stélle,
kòm’a
ssòle fa llùce a ki àve bontà.
O
Nata’ , o Natàle, tu sì arrevàte!
Arrivava così il momento tanto atteso, con
pranzo serale, la vigilia, e banchetto a mezzodì del giorno 25. E’ chiamato a raccolta tutto il nucleo familiare:
genitori, figli, nonni, zii. Sembra che la Sacra Famiglia voglia rivivere le
gioie della pace e dei valori più semplici ed autentici della vita.
A comprendere questo senso degli affetti
familiari ci soccorre il proverbio
“Natàle ku re twòja e Pàsqwa addò te trwòve”.
“Natale con i tuoi
e Pasqua dove ti trovi”.
Perentoriamente si afferma che di Natale
non ci si muove dal proprio nido; bisogna far festa tutti insieme e onorare le
brillanti capacità culinarie delle donne di casa.
Nel corso del banchetto natalizio ancora
una volta assume funzioni di protagonismo il bambino, che con la complicità
della mamma ha nascosto sotto il piatto del papà la lettera di Natale, che poi
legge con enfasi e diligenza, ricevendo in dono tanti soldini.
La comunione familiare continuava anche
nei giorni successivi:
Spinti dagli adolescenti, anche i grandi
si trattenevano la sera fino a tarda ora in giochi a carte, ma soprattutto in
quello della tombola, ritenuto il gioco di Natale per eccellenza.
E mentre nel presepe si facevano
quotidianamente avanzare verso la grotta i tre Magi che erano stati collocati
in posti remoti, giungeva la sera di San Silvestro. Si ripeteva il rito
conviviale del giorno 24 e si attendeva l’arrivo del nuovo anno, sforzandosi di
festeggiare con quanta più spensieratezza era possibile. Tutti si esprimevano
nella massima euforia in una vera e propria gara di divertimento, come spiega
il proverbio
“ ‘Nzànte Selvjéstre, a ki è chjù djéstre”.
“A San Silvestro,
a chi è più destro(più capace di divertirsi).
Il giorno successivo, a parte il
banchetto, che come quello di Natale ruotava soprattutto intorno al cappone
ripieno, i protagonisti della Festa erano sempre i bambini. Costoro la mattina
di buon’ora si recavano dai nonni e dai parenti più stretti, portando la “ ‘nférta” , il ramoscello di alloro(etimologicamente
“in offerta” perché veniva appunto “offerto”). In cambio ricevevano qualche
soldino che, messo insieme agli altri, andava a impinguare il tintinnante
salvadanaio.
Ma per i più piccoli la festa più attesa
doveva venire di lì a 5 giorni con l’arrivo della Befana che ai più buoni
riempiva di doni le calze appese e ai cattivi riservava la brutta sorpresa
della cenere unita a carbone.
Era questo l’ultimo momento del lungo
periodo festivo, come istruisce il proverbio:
“Dòppe la Bbefanìglja tùtte le féste pìgljane la vìja”.
“Dopo l’Epifania
tutte le feste pigliano la via”.
L’indomani si sarebbe ritornati al tran -
tran della vita lavorativa; si sarebbero rimessi nella grossa valigia pastori e
casette e si sarebbero riposte in un cantuccio del cuore tutte le scintillanti
emozioni vissute alla luce degli apparati festivi.
Fortunatamente, a interrompere nuovamente
la triste monotonia della vita quotidiana, di lì a qualche settimana sarebbe
intervenuta l’uccisione del maiale.
E a tal proposito vi leggerò una mia
poesia sull'evento, che descrive la vita dell’animale, dal momento in cui
piccolissimo entrava in casa, fino alla sistemazione delle sue carni.
Per favorire un’adeguata comprensione del
testo dialettale, leggerò prima un compendio che ne illustri il contenuto:
Alla Fiera di San Pascasio Martire, che
ancora oggi si tiene la terza domenica di Ottobre, si era soliti comprare il maialino,
che subito riceveva tutte le cure possibili e immaginabili nel chiuso della sua
stia nella stalla. Dopo qualche mese era sottoposto a due delicati interventi:
la castrazione, operazione riservata a tutti gli animali destinati all'ingrasso
e l’inserimento nel muso di uno spesso anello di ferro, avente la funzione di
correggere l’abitudine dell’animale a praticare scavi nel suolo.
Appena arrivava la primavera, il nostro
Cicco, così era chiamato l’animale, ogni mattina veniva condotto dalla massaia
in campagna, dove all'ombra di un albero s’ingozzava per l’intera giornata di
erbe e di frutta di stagione. A Ottobre riprendeva la sua vita di recluso nella
stia, alimentato da abbondanti beveroni di crusca e di farina di granturco.
Dopo l’Epifania, una volta assicuratisi
che il tempo sarebbe stato freddo e asciutto, ci si preparava all'uccisione. Si
chiamava il porcaro, che, aiutato da amici e parenti, metteva in atto il
sacrificio secondo un rito consolidato nei secoli. Lo spettacolo dell’uccisione
non era molto edificante: si lasciava soffrire l’animale per lunghe decine di
minuti in quanto, per assicurare la genuinità delle carni, occorreva fare
fuoriuscire quanto più sangue era possibile. Poi, lasciandolo steso a terra,
si praticava una prima pulitura del
corpo con ginestre ardenti. Quando le lunghe setole erano state bruciacchiate
alla meglio, il nostro Cicco veniva appeso, testa all'ingiù, al soffitto della
cucina. Si perfezionava la pulitura con acqua bollente, si praticava
longitudinalmente un taglio profondo, dall'inguine al collo, al fine di
estrarre gli organi interni e si lasciava lì per tutta la notte affinché le
carni si raffreddassero e si consolidassero il più possibile: L’indomani nella
prima parte della giornata si sarebbe fatto a pezzi per dare inizio poi alla
lavorazione delle carni e alla preparazione dei vari tipi di salumi.
Intanto quella sera doveva restare
indimenticabile e si procedeva a fare gran festa con un abbondantissimo
banchetto, seguito naturalmente da balli, suoni e canti popolari e innaffiato
da fiumi di vino genuino.
Soltanto a notte tarda, quando la
stanchezza e i fumi del vino facevano sentire il loro peso, gli ospiti si congedavano, contenti e
soddisfatti per essere stati insieme per un’intera serata.
Sentiamo adesso i
versi:
L’EPOPEA DI
CIQQWE
(S’incontreranno minori difficoltà e si gusterà meglio il
componimento se lo si leggerà
seguendo il motivetto dell’antica canzone napoletana “Lo Guarracino”).
A la fjéra de
Sàn Paskàzje Cìqqwe 1) akkattémme, Segnòre, Te ‘nghràzje:
peccerìll’e tennarjélle, ce re vennìwe ‘ne vecchjarjélle.
Kòme strellàva ‘mbràccj’a tatìlle ka nen zeqwàva chiù re
minnìlle 2) ,
‘nchjùse dént’a la reccetélla,3) màma re dèva la vrennetélla.4)
Appèna fàtte ghrussecjélle, re facjérne re
servezejélle:
prìma de tùtte re fjérr’a re musse ka skavàva
kòme se njénte fùsse.
Po’ re rastjérne sénza pjetà k’ èva penzà
sùl’a ‘nghrassà;
kòm’a krejatùra se lamentàva e mamélla
r’akkarezzàva.
Pe’ tùtte vjérne, matìn’e sèra, re
vrevencjélle 5) Cìqqwe bevèva.
Mo’ k’è trasùta la Staggjòne s’è fàtte gjà
‘ne perqwaccjòne.
Cjwòtt’e tùnne kòm’a ‘na pàlla, ògne matìna làssa la stàlla;
attakkàte ku ‘na fencélla, se ne va fòre
‘nzégn’a mamélla.
Erva, fàve, borràccj’e cekòrja Cìqqwe le
strùje kòm’a ‘na vòrja;
ku
l’allebbérgene 1) e l’aulecenélle 2) se fa sémpe
chjù lùstr’ e chjù bbélle.
De mèle e
cérze 3) màma fa
‘ncjétte pekkè re pjàcene kòm’a kumbjétte.
E po’ se
ròsseka le kukuzzélle kòme se fùssene pastarélle.
Kàkke vòta ke ‘ne sta bbwòne pàre ka ‘nkàpe
c’è dàte ‘ne trwòne:
Preokkupàt’e
‘ndaffaràte re stàm’attwòrne da ògne llàte.
Màma r’allìscja stànk’e strùtta, re mètte
sòtta la pàglj’assùtta;
kòme se fùsse ‘na krejaterélla, re dà pùre la perghetélla.
Po’ arriva Sànte Denàte 4) e pùre kìst’ànne vjérn’ è nàte;
‘nce sta chjù érva ‘nce stànne frùtte e pe
le frìdde tùtte s’è strùtte.
N’àta vòta, kòm’a Pascjà, dént’a la rèccja,
sùl’a ‘nghrassà.
Chjevìwe tànt’a Karmenélla, 5) ce st’abbennànzja de farenélla.
1) Cìqqwe : nome proprio dato al maiale; confronta l’italiano
antico “ciacco”=porco, nato da un incrocio della voce onomatopeica *cic-cic”, usata come richiamo per
l’animale, con la voce infantile “ciccia”=carne
e poi “grasso”; cfr. l’italiano “ciccione”, “cicciolo” ecc.
2) Minnìlle: s.m.”capezzolo della mammella”; diminutivo maschile
del latino “minna” = mammella;
3) Reccetélla: s. f. “piccola stia del maiale”; diminutivo di “rèccja”, voce costruita sul greco “rèkkos” = maiale;
4) Vrennetélla: s. f. “cruschetta”; diminutivo di “vrènna”,dal latino tardo “brinna” = crusca;
5)
Vrevencjélle: s. m. “beveroncino”;
diminutivo di “vrevòne”= beverone, formatosi sul latino “bibere”
= bere.
1)Allebérgene:
s. f. “albicocca”; prestito dal francese “alberge”,
che col suffisso
“ – ena” diventa
*albergena e poi, per anaptissi e raddoppiamento, “allebèrgena;
2) Aulecenélle: s. f. diminutivo di “aulècene” = prugne, susine, composto del latino “avis”= uccello e della radice *lec- ,onomatopeica che dà luogo a “leccare”, dato che detti animali sono ghiotti di tale frutto;
3) Cèrze:
ghiande; latino volgare “cercea”,
passato a *cercja e per
dissimilazione a “cérza”;
4) Sànte Denàte:
San Donato, ricorre il 22 ottobre; ricorda il proverbio “Pe Sànte Denàte vjérn’è nàte”. Vedi il mio “Proverbi per un anno”,
pag. 203;
5) Karmenélla:
vedi “Proverbi per un anno”(Madonna del Carmelo: 16 luglio);
6) Wammàle: s.
m. “bastone a forma di arco usato per
appendere il maiale”; voce costruita su “gamba”: *ru gambale > *ru ammàle >
re wammàle (concretizzazione
dell’articolo).
Sémpe
chjù ghrwòsse se fa Cekkòne, pàre pròpja ‘ne gjahantòne.
Già la Befàna sta p’arrevà, chjù cjwòtt’e
kèlle ne ‘nze po’ fa.
Ogge ‘na kòsa, demàne n’àta pe’ r’accìt’è
preparàta:
le jenèstre, re spàw’e le sàle, la fùna
ghròss’e re wammàle 6)
de kakàwe
‘ne beqqwàcce e àte kòse pe re
sangwenàcce:
re pegnwòle, re pertewallùcce, pe’ fa’ la
pìzz’a Selvejùcce.
Tùtt’è prònt’ e preparàte, ma ce vo’ tjémpe
jelàte;
ògne sèr’e ògne matìna tàta wàrd’ a la
marìna.
‘Na vetàta po’ s’è fàtta a la Mentagna de la
Atta,1)
pe vedè se ‘mpònt’a la cìma néglja o fùme
s’avvecìna:
è pelìte dappettùtte, sìgne ka re tjémp’è
assùtte.
Vjéngwene sùbbet’avvisàte re perqwàr’e re
mmitàte.
Gjà so’ prònte le kurtélla e ògne sòrt’e
ravanélla:2)
Tjàne, pjàtta, spàrre 3) e
rràte pe sausìcchj’e sepressàte.
Méntre vòlle re kaudàre, gjà arrìva re perqwàre;
la kucìna dént’a nnjénte s’è affollàta de
parjénte.
Re perqwàre àpre la stàlla, sfìra r’ancìne 4) da kòpp’a la spàlla;
pe re mùsse Cìqqwe afférra e de kòlpe re
sténne ‘ntérra.
Prìm’e tùtte re parzenàle 5) zòmpa ‘nqwòll’a r’annemàle,
tùtte r’àt’a djénta strìtte re zeffònnene 6) a mànqw’e a drìtte.
Pòvera béstja ! Strìlla fòrte, vèt’annànte
gjà la mòrte.
Re perqwàre, aggharbatjélle, mèna ‘ngànna re
kurtjélle.
Màma Ghròssa re st’affjànqwe, éscj’a fòre
‘ne kùrz’e sàngwe;
prònta prònta la vecchjarélla mètte sòtta la
kunketélla.
Pòvere Cìqqwe! Nen z’arrénne e le zàmpe
‘ntérra ténne.
Tàt’allùqqwa, mentr’afférra: “Ne re facìte
teqqwà térra!”
‘Ne spentòne re parzenàle sùbbete dà a
r’annemàle,
re perqwàre zìtte zìtte dà ‘ne kòlpe kùrt’e
nnìtte.
1) Mentàgna de la Atta: cima meridionale del Monte Erbano; vedi il mio “Proverbi
per un anno” : 26 luglio;
2) Ravanélla:
s. neutro plurale, ”insieme di piccoli utensili per la cucina”; prodotto di
dissimilazione (“m” > “v”)
di un precedente *ramanèlla, coniato sul termine “ràma”=
rame; cfr. l’ital. “ramaio”= chi
lavora oggetti di rame, “ramaiolo” =
mestolo di rame;
3) Spàrra: s.
f. “tovagliolo”; alla base c’è il lat. “sparare”
= aprire, riferito all’”aprirsi” della tovaglia sul tavolo; il raddoppiamento
della “r” è di natura
popolare;
4) Ancìne: s.
m. “uncino”; è l’italiano “uncino”
,contaminato dal latino “ancus”
= dall’arto ricurvo;
5) Parzenàle:
s. m. “colono, mezzadro”; voce costruita sul latino *partio-onis, = parte,
porzione, nato dalla contaminazione di “partiito-onis”(divisione) con “portio-onis” = porzione;
6) Zeffònnene:
v. tr. “sprofondano”; da “zeffennà” =
sprofondare, latino “suffondare” =
mandare in fondo.
1) Abbrwàte:
agg. m. “rauco”; prestito che alla base ha il latino *abraucatus = rauco, passato attraverso le seguenti evoluzioni >*abrucatus >*abrucatu e, con sonorizzazione della gutturale, “c” > “g” e sua successiva caduta,
ad *abrugatu e “abbrwàte”;
2) ‘Nzangulentàta: “tutta sporca di sangue”; voce costruita sull’italiano “sanguinolento”, che per sincope perde la sillaba interna “no”
e passa a*sanguilento, da cui il
verbo “nzangulentà”;
3) Spùgna: s.
f. “parte solida e spugnosa che durante la scannatura del maiale viene estratta
fuori insieme a pezzi coagulati”; è così detta per la sua somiglianza alla
spugna;
4) Morla: s.
f. “morra”, il gioco fatto in gruppo molto numeroso, consistente
nell’indovinare la somma delle dita sferrate da entrambi i contendenti; da una
base mediterranea *murra = mucchio di
sassi, passato per evoluzione semantica a indicare ll mucchio di persone;
5) Màma Ghròssa:
s. f. “nonna” ; equivale a “mamma grande”, perché più anziana;
Cìqqwe strìlla abbrwàte,1) qwàse fùss’akkatarràte;
Màma Ghròssa ‘nzangulentàta 2) gjà
la spùgna 3) s’è
teràta.
Tùtt’alléntane la mòrza, r’annemàl’è sénza
forza,
mo’ de sàngwe n’ésce pòka e Cikkòn’a mòrla 4) jòka.
Màma Ghròssa,5) sbrenkularélla,6) pòrta da dènte la kunketélla
e intànte re wagljencjélle fa re ggìre ku re
bettejencjélle.
Tùtte vìven’a la salùte de re pratòne’e de
ki ha servùte;
de le vìne se spànne r’addòre e s’assùqwa re
sedòre.
A n’allùqqwe de re perqwàre, éqqw’è prònte re kumpàre:
Mètte ‘nnànz’a la kucìna de jenèstre tre
fascìna.
Re parjénta, aggharbatjélle, fànne tànta
mazzetjélle
e vecìn’a re fekulàre dùje n’appìccja re
kumpàre.
‘Nzégna po’ a re parzenàle re pàssane
‘nkòpp’a r’annemàle;
Cìqqwe mwòrte, stìse ‘ntérra, se prepàr’a
n’àta wérra.
Sòte sòte 1)
e sénza skàrte, la scjàmma pàssa pe’ ògne pàrte,
brùcja re pìle, brùcja la pélla, se fa nèra
la kutenélla.2)
La kurtélla sénz’affànne è passàt’a pàlm’a
pàlme,
‘nkòpp’a
l’awrècchje fòrte strùscja, kàte ‘ntérra la pélla de mùscja.3)
Re wagljùna ént’a ‘na bbòtta gjà se mìtten’a
fa’ llòtta
e ognùne ‘nfàcce strùscja a re kumpàgne la
pélla de muscja.
Ki zòmp’a kka ki zòmp’a llà, mmjéz’a le
scjàmme tùtt’a scescjà:
Pàre ‘na wérra sénza qwartjére tra marjwòl’e
karbenjére.
A pòk’a pòke la scjàmma se stùta e la pelezzìj’è
fenùta,
Tàt’è ddàte re segnàle de pertàne re
wammàle.
A le
zàmpe de rète se ténne, akkussì re pwòrqwe s’appénne;
re
qwatenjélle de la ‘ntravàta 4) è tròppe
vàscj’e la kàp’è tagljàta.
Se mètte màn’a la kaudàra, la kutenélla
s’édda fa’ chjàra,
Tàta mèna l’àqqwa vellénta ‘nkòpp’a la pàrte
pelòs’e feténta.
Ogne tànte re wagljencjélle fa re ggìre ku
re bettejencjélle.
Ciqqwe bbélle ‘nkàp’e dòj’òre è jànqw’e
lùstre kòm’a le sòle.
Fàtta la kròce, kòntr’wòcchj’e fattùra, se
tìra fòre la pallatùra,1)
se fa ne tàglj’a re schjenàle, méntre kànta re parzenàle.
E re perqwàr’a re wagljencjélle ékku kumànna
‘ne servezejélle:
“Ku ddòje
màne, fòrte stregnénne, mantjéne Cìqqw’e ne re fa’ pénne!”
La krejatùra ku tùtta la forza astrègne le
vràccja kòm’a ‘na mòrza
6)
Sbrenkularélla: agg. femm. dimin. di “sbrìnqwele” = magro e delicato, dalla
voce meridionale “sbrinco” = snello,
smilzo.
1)Sòte sòte:
loc. avv. “piano piano”; lat. “sudus” =
sereno, pervenuto però per via settentrionale, cosa che spiega la presenza della
“o”
al posto della “u”;
2 Kutenélla:
s. f. “cotenna”; denom. latino *cutina,
da “cutis” = cute, pelle;
3) Pélla de mùscja: s. f. letteralmente “pelle di
micia”; così è chiamata la pellicola esterna della cute del maiale, che
viene via insiema ai peli;
4)‘Ntravàta:
s. f. “soffitto”; da “trave”, in
quanto era fatto di travi;
1) Pallatùra:
s. f. “l’intero apparato intestinale”; voce costruita su “palla”, per la forma rotondeggiante delle interiora;
2) Cjùcce: s.
m. “organo genitale del maiale”; può trattarsi di una forma toscana “ciocca”
, contaminata da “ ciuffo”, per
il ciuffetto di lunghi peli presenti sull’organo;
3) Cjancesjélle: agg: diminutivo di “cjancjùse” = piagnucoloso e coccolato; costruito sul calabrese “cjàncju”, dalla voce onomatopeica *cjan;
,
de re pjéta aìza le pònte, ma… re cjùcce 2)…. r’arrìva ‘mprònte.
Rìten’e sfùtten’amìcj’e parjénta, re
peccerìll’astrègne re djénta
e a le kòsse de Zìw’Artùre mèna re kàuce
kòm’a ne mùre.
Prònta prònta, Màma Fertùra se pìgljà
‘mbràccja la krejatùra
e kàlma
sùbbete re cjancesjélle,3) re mètte ‘mmòqqwa ‘ne scescjarjélle.4)
Intànte Cìqqwe s’àpre ‘nkunàglja5) e se sténne re vèl’a tewàglja.
Ekku è prònt’e preparàte pe la mèssa
pàr’akkittàte.
Re wagljòne de re perqwàre già è tagljàte re
vakkulàre,6)
se n’è ffàtta ‘na frejetòra, sta frejénne
gjà da n’òra.
Ammeskàt’a re paparwòle, se ne fa ne bélle
rwòle,
Màma Ghròssa ku la kajenàta gjà prepàra la
tavelàta.
Màstr’e fést’è re kumpàre, a kapetàvela re
perqwàre,
se sestèma pure Tatìlle e akkussì ghrwòss’e
peccerìlle.
Pòrt’a tàvela Zìj’Armìta ‘ne bbélle rwòl’e pàsta mbettìta,
po’ arriva la ‘mpanàta 1) e r’arrùste ku la ‘nzalàta,
wàll’e kunìglje ku le patàne, tùtte màgnene
sénza pàne,
màcchja la tàvela le vìne rùsse e ognùne
s’allèkka re mùsse.
Ent’a nnjénte pìglja re vwòle la kàrne
frìtt’e paparwòle,
tre pjàtt’e cìcere fwòrt’assàje tìrane vìne
kòm’a mmàje.
Ent’a tànta kanestrélle kòse bbòn’e
sperzeljarélle 2):
Strùfere, nùce e necèlle, nekketélle e
pezzèlle.
‘Nzégn’a le vìne pe re ulìlle 3) ce sta pùre re fraulìlle,
re resòlje e re nocìlle e de strèha ‘ne
zekìlle.
Stànne tùtt’akkuncjatjélle 4), Tàta sòna re fraularjélle 5),
Màma Ghròssa la tammerrélla e s’abbàlla la
tarantélla
. Kànten’e sònene sénza penzjère, kakkedùne
s’è fàtt’a pelljére 1).
‘Mbràccj’a le màmme re peccerìlle dwòrmene
kòme a angelìlle;
ogne tànte, kòm’a ‘na skòssa, trèma la fàcce
‘nzégn’a la kòssa,
se sta sennénne la krejatùra e vète sàngw’e
pallatùra.
Cìqqwe dént’a la kucìna, sùr’aspétta la
matìna;
pe le frìdd’è tùtte ferràte, petèsse ésse
gjà spezzàte.
Pe re swònn’a la kumpagnìja scègne ‘ne pòk’e
pekundrìja,
sperzelejénne le fàve kòtte, tùtte se dànne
la bonanòtte.
Akkussì la fést’è fenùta e la kàsa s’è
avvakantùta.
E kuntjénte, almène se spèra, decìm’a tùtte
: “Bonasèra!”
4) Scescjarjélle:
s. m. “caramellina al sapore di menta”; forma contaminata derivata
dall’incontro del verbo “succiare” =
succhiare con “sciusciare” =
soffiare; è infatti la tipica giuggiola che si succhia in bocca e spinge ad
inspirare aria; è detta anche “karamélla ke scjòscja”;
5) ‘Nkunàglja:
s. f. “inguine”; lat. “inguinalia”,
neutro plurale dell’agg. “inguinalis”=
relativo all’inguine;
6) Vakkulàre:
s. m. “collare”, “pappagorgia”; lat. “buccularis”=
carne della guancia, che per dissimilazione “u-u”> “a-u” diventa *baccularis,
da cui “vakkulàre”.
1 )’Mpanàta:
s. f. “tipico piatto della tradizione contadina
fatto di verdure e legumi, soffritti
insieme a tozzi di pane di granturco possibilmente raffermo”; equivale
all’italiano “impanata”, parchè fatta
prevalentemente di “pane”;
2) Sperzeljarélle: agg. femm. riferito per
lo più a “noci, ceci, noccioline, semi di zucca e salatini vari che si mangiano
alla fine del pranzo per intrattenersi a bere qualche bicchiere di vino in
più”; è un deverbale da “sperzeljà”=
mangiucchiare, spiluccare. Alla base c’è l’italiano “spilluzzicare”, che per
sincope diventa *spil(lu)zicare,
*spilzicare; poi per cambiamento di suffisso(“-icare” è sostituito da”
–eggiare” ) e rotacismo si ha *spirzileggjare e “sperzeljà”;
3) Ulìlle: agg.
m. pl. “golosi”; alla base c’è sempre il termine “gola”, con cambiamento di suffisso “-illo” per “-oso”;
4) Akkuncjatjélle: s. m. pl. “brilli”; vezzeggiativo di “akkuncjàte”, participio di “akkuncjà”
= conciare, probabilmente dall’a. fr. “conchier”
(a sua volta dal lat. “concacare”) =
sporcare, bruttare, quindi “reso scuro dalla sbornia”; cfr. l’italiano
“sbronza”, “sbronzare”;
5)Fraularjélle:
s. m. “flautino”; diminutivo di “fràule”=
flauto, dall’a. fr. “flagol”(da cui *fragulu),
a sua volta dal latino *flabeolum,
che col classico “flabellum” deriva
dal verbo “flare= soffiare.
1)Pelljére: s.
m. detto di chi è solito ubriacarsi; “avvinazzato”,“alcolizzato”; denominale da
“pélla”, termine con cui si indica la “sbornia”; equivale all’italiano “pelle”, soggetto però ad evoluzione semantica; cfr, le espressioni “lasciarci la pelle” e “perdere corium”, che in latino equivale
a “tirare le cuoia”, perdere i sensi”;
Con l’ “Epopea di Cìqqwe” ci siamo un poco discostati dall'ambito
religioso in cui si muove tutta la tematica della nostra conversazione, ma
ritorno subito al tema, ricordando un
altro momento di esultanza religiosa e di gioia spirituale del popolo
guardiese. Mi riferisco naturalmente ai Riti Penitenziali dell’Assunta, un
esempio emblematico di attaccamento alla tradizione, ma anche di Fede profonda, che ogni sette anni rende
Guardia famosa nel mondo.
In
ricordo di tali Riti composi due anni fa una poesia destinata, come le altre,
alle recite di fine anno scolastico e intitolata “Il Ritrovamento della Statua
dell’Assunta”.
E’ l’interpretazione in versi dialettali
della leggenda legata alla scoperta della Sacra Icone, avvenuta nella notte dei
tempi in Contrada Limata, presso il fiume Calore: una zona che io definisco
“vagabonda”, in quanto una volta era continuamente investita da inondazioni che
interessavano le proprietà di quattro Comuni: Guardia, San Lorenzo Maggiore,
Vitulano e Paupisi.
“Un giorno in un campicello di detta
contrada un vecchietto è intento ad arare con la sua coppia di buoi. Intorno a
mezzogiorno improvvisamente i due animali, come per incantesimo, si fermano e
si piegano sulle ginocchia. Non c’è verso di farli smuovere, e intanto
magicamente si diffonde per la campagna un suono argentino di campanelli, che affascina.
Il vecchietto prima resta inebetito, poi
si riprende e corre a chiamare aiuto. In un attimo la notizia si diffonde per
ogni dove e da Guardia, da san Lorenzo, da Vitulano e da Paupisi una marea di
gente viene in suo soccorso.
Si scava alacremente sul posto e vengono
alla luce due campanelli di mirabile fattura, seguiti da una Statua bellissima
di Maria Assunta in Cielo.
Ciascuna delle quattro comunità si sente
proprietaria di quella zona di confine, quindi ognuna di esse cerca di portare
la meravigliosa statua nel proprio paese; ma quella è pesantissima e non si
lascia né smuovere né trasportare. Dopo vani tentativi fatti dai Laurentini,
dai Vitulanesi e dai Paupisani, i Guardiesi, ispirati dalla spugnetta che il
Bambinello reca in mano (un cilicio simile a un sughero di damigiana in cui sono
conficcati una trentina di spilli), cominciano a battersi il petto a sangue.
Immediatamente la statua diventa più leggera di una fogliolina e prende
naturalmente la via di Guardia. Da quel momento in poi sarà venerata nella
Chiesa Madre, onorata con una Festa di Penitenza, che nella nostra epoca viene
celebrata ogni sette anni la settimana successiva al 15 Agosto”.
IL
RITROVAMENTO DELLA STATUA DELL’ASSUNTA
Ogne vòta ke
jàmm’addò nonònna
s’éscj’a kùnte de la Fést’e la Madònna;
parìcchje mìse mo’ so’ gjà passàte,
ma tùtt’ènt’a la ménte m’è restàte.
E akkussì ‘nzégn’a kèlla vecchjarélla
se pàrla de la bélla Madennélla
e de kòme pe’
kkàse fu trevàta
dént’a ‘na
kampàgna de Lemàta:
Ne bélle jwòrne de tànta ànne fa
‘ne vjécchje ku re vwòva stèv’a zappà;
ku le sòle d’aùste se stegnèva,[1]
sòtt’a la pertekàra s’accedèva.
A la ‘ntrasàtta, ‘nchjùmm’a la kontròra,
(ce stèv’a skatenà ‘ne mùnn’ankòra)
re vwòva, tùtt’e ddùj’abbacenàte,[2]
se fermjérn’e restjérn’addenecchjàte.
E kòm’a vjénte, da sòtt’a la térra,
‘ne swòn’e kampanjélle ke t’afférra,
te pòrta ‘ncjéle, ‘nzégn’a tànta kànte,
tra r’Angelìlle e tùtte re Sànte.
Re vecchjarjélle, sterdùt’e appassjenàte,[3]
de kòlpe kàte ‘ntérr’addenecchjàte;
po’ se repìglja e, tùtte ‘nkurjesùte,
fùj’a la Wàrdja pe’ chjamà ajùte.
La vòce se spànne p’ògne kàsa
e l’ùna tìr’a l’àta, kòm’a ceràsa:
a mmòrle, kòme
vòlane re stùrne,
vène ggénte da
re paìs’attùrne.
Skavènn’addò re vwòva so’ fermàte,
se rèst’a vòqqw’apérta, ‘mpesemàte,
qwànte sòtt’a ddùje kampanjélle
éscj’a fòre Madònn’e Bambenjélle.
E’ ‘na stàtwa ku àrte skarpellàta,
lùstra, bélla e tùtta ‘mpellettàta;
tène ‘mbràccja re fìglie ‘nkurenàte
ke pòrta ‘mmàne ‘ne sùvere spillàte.
Lemàta a re scjùme sta pjazzàta,
è ‘na zòna da la chjèma strascenàta;
mò de la Wàrdja è ‘ne teneménte,
mò ‘e Sante Laurjénze la tène la ggénte.
E sùbbete re Sànte Laurenzàre
s’akkòsten’a la stàtwa pàre pàre,
ku wàrb’ e fòrza la pìglien’a mannèse,[4]
se la vwònne pertà dritt’a re paèse.
Ma l’Assùnta, acchjattàta, ne ‘nze spòsta,
sta férm’e de mentàgna pàre kòsta.
S’accìtene re Sànte Laurenzàre,
ma Kèlla pèsa chjù ‘e cjénte qwintàle.
Allòra se fa ‘nnànte chjàne chjàne
la ggént’e Paupìs’e Vitulàne,
dùje paìse, se le tenìt’a ‘mmente
de Lemàta de re stèsse teneménte.
Fànne pòste re Sànte Laurenzàre
a kìll’e Paupìs’e Vitulàne:
E’ ggénte ke sta a kèlla vìj’e re scjùme,
è de sostànza e fa sémpe pòke fùme.
Mìttene màne kìst’a ògne fòrza,
astrìgnene la stàtwa kòm’a mòrza;
ma kèlla sémpe ‘ntérra sta ‘nchjevàta,
pàre ka pèsa chjù ‘e ‘na tonnellàta.
A kìste pùnte, prònta se fa ‘nnànze
la ggénte de la Wàrdja, kànze kànze;[5]
de bbòtta se so’ tùtte spettranàte,[6]
se vàttene ki a ùne ki a ddùje làte.
Anne vìste, ‘mmàn’a re Bambenjélle,
‘ne sùvere ku ‘nkòppa tànta spìlle:
ku sakrefìcje, astregnénne re djénta,
e devezjòne, fànne re battjénta.
Prònte prònte, tùtte ‘nzangulentàte,[7]
a la stàtwa se
so’ avvecenàte:
E Màm’Assùnta, ku ‘mmòqqwa la resèlla,
s’è fàtta chjù léggja ‘e ‘na frennèlla.
E ‘ne ‘ntreggjwòbbele[8]
pìglja tùtte qwànte,
se fànn’urazjùn’e tànta kànte.
Prèhene e kàntene zìt’e vecchjarélle,
stànne ‘nfìra wagljùn’e vergenélle.
Nòve battjénta fenìsqwen’e se dàlle
e la stàtwa prònt’è gjà ‘nkòpp’a le spàlle.
‘Nce vo’ fòrza, kèlla va ‘nnànze sòla;
Pàre ‘ne pàmpene k’a re vjénte vòla.
La preggessjòne, kòme Dìje vòle,
va drìtta a la Wàrdja de le Sòle;[9]
arrèt’a Wardjwòl’e Laurenzàne
ce stànne Vitulanìs’e Paupesàne.
Pe sètte jwòrne la bell’Assuntìna
sta ‘spòsta ku ‘na vésta fìna fìna
e a tùrne la ggént’e ògne Rjòne
se fa la Peneténz’e Kumenjòne.
La demènek’è re tùrn’e re battjénte,
re paèse s’affòlla dént’a njénte.
Re pòpele se mòve kòm’a ònne,
fì’a qwànte la stàtwa nen ze pònne.
E akkussì la Mam’Assùnta bèlla
vène ‘nchjùs’ént’a ‘na necchjetélla.
Tre chjàve ghròsse sérrane la pòrta,
d’òr’e d’argjénte ce ne sta ‘na spòrta.
E là, tra le vrìt’e ‘na lecèlla,
è ‘ne sblendòre la bbélla Madennélla,
sta sémpe ‘nchjùsa ku re fìglj’annànte,
kòm’a ‘na màmma ce wàrd’a tùtte qwànte.
Ma qwànte terramòt’o karastìja
pìglja pète ku la sèkka o malatìja,
re pòpele ku re kampanjélle va
ka la Madònna p’agljùt’édda kaccjà.
Ent’a nàtteme ku fèd’ògne Rjòne
se prepàra pe’ la preggessjòne:
Vergenélle, angjolétt’e santarjélle
pe le vìje tùtt’attwòrn’a re qwastjélle!
Re swòn’e kampanjéll’è kalamìta,
te fa sénte wardjwòle e po’ ‘mmìta
a fa la peneténz’a la Madònna
pùr’a ki la Chjésja ‘nze la sònna.
Te pìglja n’ànzja, jùst’ént’a re kòre,
pur’a ‘ne delinqwénte éscj’a fòre
le pòk’e bbwòne k’ént’a ognune sta:
Pe sétte jwòrne re sànte s’édda fa’.
E akkussì ki fa la vergenélla
ki pìglja descebblìna[10]
o spegnetélla
ki fa re militàr’o r’Angelòne
ki r’Apòstele e ki re Bwon Ladròne.
E’na Fésta addò ‘nze sòn’e nen ze spàra,
e pe’ tùtte la Fede, qwànt’è kàra!
La Peneténza è ‘na kòsa bbélla,
mètte ‘mmòqqw’a Assuntìna la resèlla.
Qwànte sjénte “ndlì-ndlì-ndlì” pe’ re Rjòne,
làsse tùtte pe’ la Preggessjòne.
Kìlle swòn’e kampanjélle, sàje ke fa?
Te pòrta ‘Mparavìse, ku Mammà!
A
questo punto avrei terminato il mio intervento, ma, prima di congedarmi da voi,
vorrei fare un omaggio alla dott.ssa Linda Petrella, mia carissima alunna, che
mi ha lasciato nel cuore un dolce ricordo per le sue qualità notevoli:
Intelligenza
spiccata, grande attaccamento al dovere scolastico, carattere dolce e mansueto.
Il
mio omaggio consiste in una dedica a lei di una poesiola, in dialetto
regionale, che, parafrasando il grande Eduardo De Filippo, vuole mettere in
evidenza con quanto affettuoso e responsabile sacrificio noi insegnanti
accompagniamo i cari alunni nella loro crescita.
La
poesia s’intitola “ ‘E skulàre”.
‘E SKULARE
Pe nnùje ‘e skulàre so’ angjulìlle,
ma sénza scélle e nun sànne vulà,
e, stregnénne ku ‘e mmàne kìst’ e kìlle,
ku pacjénza cj’e purtàmm’a passejà.
Sultànte qwànn’e scélle so’ krescjùte
e ìnt’a vìta se
sànne reùlà,
ku ‘nu vàse, ‘ n’abbràccj’e’ nu salùte
p’o mùnne ‘e mettìmm’a llibertà.
E
con questo tenero saluto chiudo veramente, ringraziandovi per la pazienza
mostrata e chiedendo scusa se sono stato troppo prolisso e pedante.
[1] Stegnèva: imperfetto di “stègne”=
scioglieva; dall’italiano antico “stingere”,
allotropo o variante di “stinguere”
per “estinguere”= sparire, venir
meno, quindi “sciogliersi”.
[2]Abbacenàte: “abbagliati”; dall’italiano “abbacinare”, antica forma di supplizio che consisteva
nell’accecare, ponendo davanti agli occhi un “bacino” rovente.
[4] Confronta l’espressione “tenè a mannèse” = avere a portata di “mano”.
[5] L’italianio antico “cansare”(da
cui probabilmente deriva l’espressione)vale “girare per mare attorno a
un’isola”, quindi “fare lunghi giri” e da qui “indugiare” “andare piano piano”;
alla base c’è il latino “campsare” =
piegare e anche cambiare.
[9] “Wàrdja de le
Sòle”: “Guardia delle Suole”, altro nome con cui era nota Guardia
Sanframondi per l’abbondanza delle pelli che si producevano nelle sue concerie.
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