lunedì 23 aprile 2012

Wàrdj'e 'na vòta
(continua)

Ku l'àqqwa la kampàgna s'è scetàta
e fa penzà pròprj'a 'na bbéll'annàta.
Ki nen zàpe ka ku le fàve 'ncjòre,
kòme se dìce: l'àqqwa v'a qwannòne?

E' bbéll'ént'a 'ste mèse st'a le sòle,
'ntraménte la kampàgn'è tùtta 'ncjòre,
e re segnòre dìce: "Aprile, Aprile!
E' dolce sotto un albero dormire".

venerdì 20 aprile 2012

Risposta all'indovinello di oggi: "La resìbbela".
Bravissime le amiche Vincenza e Giovanna che hanno riportato la formula "magica" per curare il male della "ersipola". La trascrivo nella forma più vicina al guardiese:

"Se bélla kòm'a 'na rosa,  (si manifesta infatti con macchie brillanti di colore rosso)
me pùgne kòm'a 'na spìna, (provoca irritazioni e pruriti insopportabili)
te pàsse ku prèta ròssa, ((per tre volte nel corso della giornata bisognava passare sulla parte malata,   segnando delle croci, con la corniola, anello con gemma di calcedonio, pietra preziosa di colore rosso sangue)
e te òngwe ku wòglje d'awrìva". (si praticava un balsamo con olio di oliva per lenire il dolore).

Il termine "resìbbela" è preso dal latino "erysipelas", a sua volta dal greco "erysipèlas" = dermite infettiva a macchie rosse, provocata dallo Streptococcus Pyogenes. Alla base del termine c'è il verbo greco "erèutho" = sono rosso(confronta lat. "ruber" = rosso).
La malattia è accompagnata ba brividi, cefalea e dolore nella parte in cui è entrato il germe, e l'infezione è abbastanza seria per le sue possibili complicazioni anginose, nefritiche e setticemiche.

martedì 17 aprile 2012

Compleanno a Herat
(per Raffaele)

Lugubri brontolii
di macchine infernali
hanno fino ad ieri
turbato i sonni
e la placida quiete della notte.

La nuova alba
del tuo ridente genetliaco
allontani i mortai assassini
e agli echi funesti
succedano rulli di tamburi
che festosi 
vi accompagnino in patria.

                                                                                               Buon Compleanno.

domenica 15 aprile 2012

Sannioecultura: A Giovanni Falconedagli alunni della Scuola Media ...

Sannioecultura: A Giovanni Falconedagli alunni della Scuola Media ...: A Giovanni Falcone dagli alunni della Scuola Media "S. Guidi" di Guardia Sanframondi Piccirìddu, parìve  'n'angjulìlle: ...
Festa di Compleanno


Aguzze scintille
sprizzano danzando
dall'operosa incudine
della nostra officina:
Fuochi d'artificio
per un Giorno di Festa
del duro percorso di vita.


Tanti Auguri, Emma. 

martedì 10 aprile 2012

Da "I Mesi dell'Anno": "Kumpa' Abbrìle"

Jwòrne ùne: è trasùte Kumpa' Abbrìle,
se chjòve nen ce résta ùne pìre.
Fùss'assùtte a re qwàtte d'Abrellànta
pe' nen fa chjòve pe' jwòrne qwarànta.
Sta sikùre: se Màrze fa pazzìglje
a Abbrìle vìte sòle pe' le vìje!
Se la Pàlma po' s'è ammellàta
'na bbòna skògna pe' tte è assikuràta.
Vàle chjù 'na tempèra a ffìn'Abbrìle
ke 'ne qwàrre d'òre 'nzégn'a ki re tìra.

venerdì 6 aprile 2012

Wàrdja Bbéll'e 'na vòta
(seguito)

La Preggessjòn'e Vjenerdì Ssànte
è bbélla pe le lùcj'e pe' re kànte.
E 'nzégna tùtta qwànta la famìglja
se kunféss' e la kumenjòne pìglja.

Sàbbete Sànte, 'mpùnt'a mjezejwòrne,
sònene le kampàne tùtt'attwòrne;
re wagljùna kàntene r'Allelùja,
"Allelùja, ka se màgna re kauzùne!"
(continua)

giovedì 5 aprile 2012

Marazzèwe: s. m. "magazzino". Per indicare il negozio di generi alimentari, dagli anni '50 in poi il guardiese fa uso del termine "maghazzìne", che è chiaramente un prestito dal toscano. Da sempre però ha usato il vocabolo "marazzèwe", per indicare il deposito, quello che in italiano è il vero magazzino. 
Deriva questo dall'arabo "mahazim", (plurale collettivo di "mahzan" = magazzino), giunto da noi attraverso il francese "magasin". Quest'ultimo, pronunciato "magazè", ha aggiunto una "o" epitetica, desinenza propria dei nomi maschili, dando luogo alla forma *magazèo. *Magazèo, per aspirazione e successiva caduta della gutturale sonora "g" ( cfr. "paga" > "pàha" > "pàa")diventa  prima *mahazèo e successivamente *maazèo ; per evitare lo iato "aa" si inserisce poi una "r" epentetica, dando luogo a *marazzèo, che diventa *marazzèu e, per consonantizzazione di "u", finalmente "marazzèwe".

Pittzé e kautzùné, fànné assàjé e né rc dà a ncssùnc. Pizze e calzoni, fanne molti e non darli a nessuno.
Pizze e calzoni sono i tipici rustici che si preparano in casa durante le feste pasquali, e in tale occasione vigeva pure l'usanza di scambiarseli, come doni, tra parenti, amici, compari e vicini di casa.
Il proverbio, in contrasto con tali abitudini, esorta a tenerli per sé. Forse è stato tirato in ballo da qualche golosone di buon appetito o da qualcuno che nello scambio non si è visto ricambiato a dovere quanto donato; molto
più probabilmente, però, il proverbio nasce dalla constatazione che la delizia di tali leccornie è tale che non vale proprio la pena renderne par­tecipi gli altri.
OSSERVAZIONI LINGUISTICHE:
Kautzùné = calzoni; denominale da "calza". E' usato nel linguaggio corrente soprattutto per indicare l'indumento maschile e il passaggio di significato a rustico si spiega col fatto che presenta all'esterno una pasta sfoglia che "riveste" il ripieno, fatto di riso, formaggio, salumi e uova. Nei nostri ambienti è il vero simbolo culina­rio della Pasqua e non c'è casa in cui, in occasione di tale festività, non si mangino calzoni. Naturalmente in tempi non lontani, siccome la famiglia era numerosa e la situazione economica poco consentiva, non sempre si riusciva a preparare rustici in quantità tale da soddisfare completamente le richieste dei vari componenti familiari.
La  madre di famiglia si preoccupava allora di tenerli al sicuro e li metteva a disposizione soltanto il Sabato Santo, quando si svegliavano le campane della Chiesa Madre, per annunciare che la Passione e la Morte del. Signore erano ormai eventi compiuti e che prossima era la Resurrezione.
E' senz'altro interessante ricordare che, nel momento stesso del felice scampanio, i ragazzi si stendevano ginocchioni sulla strada principale del paese e, ventre a terra, cantavano gioiosi: "Allelùja, Allelùja, jàmmécé a magnà ré kautzùné" = Alleluja, Alleluja, andiamo a mangiare i calzoni. Appena le campane smettevano il loro suono, gambe in aria, si correva a casa a gustare i tanto attesi rustici che la mamma, finalmente, dopo averli presi dal recondito posto, metteva a disposizione di tutti.