martedì 25 marzo 2014

Le Pubbliche Fontane

Soltanto di recente l’acqua corrente è stata portata nelle case di tutti; per rendersene conto, basta pensare che fino agli anni ’50, in un paese di 7000 abitanti come il nostro, l’acquedotto comunale serviva soltanto tre o quattro decine di famiglie, e naturalmente erano quelle appartenenti agli alti ceti sociali.
La prima domanda che ci affiora alla mente è la seguente:
Data la mancanza di acqua corrente, come si faceva a risolvere il problema dei bisogni corporali?
Ebbene i più si servivano della stalla:
Era situata di solito al pianoterra e tra l'altro ospitava il maiale e l’asinello.
Nei palazzi signorili, invece, dietro il portone d’ingresso c’era il pozzo nero, un fosso profondo una decina di metri, in cui la servitù versava quotidianamente orinali e vasi da notte usati dai componenti della nobile famiglia. Tali depositi venivano poi periodicamente svuotati, ed è bene ricordare che tale poco simpatica operazione veniva fatta quasi gratuitamente: squadre di addetti facevano a gara ad accaparrarsi i clienti, ben compensati  dalla preziosità dei rifiuti raccolti, che erano un prodotto ricercatissimo per la concimazione dei campi.
Il pozzo nero in verità lo si trovava anche nelle grandi strutture abitative, messe a disposizione dagli Enti Assistenziali a famiglie povere e nullatenenti; in tale realtà il deposito di liquame era chiamato “lukumùne” (“luogo comune”), proprio perché era “in comune” con gli altri inquilini dello stabile.
Dopo questa doverosa parentesi, torniamo alle nostre fontane e al problema dell’approvvigionamento dell’acqua.
Veniva fatto quotidianamente presso le fonti pubbliche, e Guardia, che era un paese ricco e abbastanza sviluppato, ne registrava più di una ventina, potendo contare su un regolare acquedotto di origine locale, ma anche su piccole sorgive che affioravano un po’ dappertutto nel nostro territorio.
Il compito di andare ad attingere l’acqua era soprattutto della donna, madre di famiglia; ma un po’ tutti i componenti del nucleo, dal più grande al più piccolo dei figli, sia maschi che femmine, dovevano dare la loro collaborazione. Di solito era esentato il padre per il quale era poco decoroso svolgere tali compiti di femminuccia.
E allora nel corso della giornata si assisteva a un viavai continuo dei diversi membri della famiglia tra la casa e la fontana più vicina:
La donna matura di solito portava sulla testa o sotto il braccio la “langélla”, una brocca di argilla dalla capacità di 10-15 litri;
il ragazzino o la ragazzina di 11-12 anni portava la “langellùccja, una brocca che aveva la stessa forma della prima, ma una capacità ridotta di 5-6- litri;
il bambino di 7-8 anni portava “re cècene”, un recipiente rotondeggiante di 2-3 litri, con imboccatura molto stretta,  sempre di argilla e somigliante a un piccolo “cigno”, da cui il nome; ma poteva portare anche la “giarra”, recipiente di creta a forma di “giaretta”, che aveva la stessa capacità di “re cècene”
il bimbetto di 5-6 anni infine portava “re cecenjélle”, recipiente ridotto che aveva la capacità di 1-2 litri.
Quello dell’approvvigionamento idrico era un compito importante e gravoso, perché di acqua, data la numerosità della prole, ne occorreva molta, anche se non tanta quanta ne consumiamo oggi; infatti il bagno nessuno lo faceva se non il nobile che era circondato da un nugolo di servi, e la pulizia personale si limitava allo stretto necessario. I più aspettavano l’arrivo dei mesi caldi per “andarsi a scotennare”, letteralmente “andarsi a togliere la cotenna” o patina di sporco che si era formata sul corpo: d’estate si recavano a frotte al fiume o presso “re vùleqwe”, il laghetto che si forma naturalmente sotto la cascatella del torrente.
Dal momento che l’acqua era quindi un bene veramente prezioso, vi lascio immaginare quanto poche fossero le famiglie che lavavano il pavimento della casa, sì che spesso su di esso si formava una crosta orripilante che rendeva sempre più bigio il suo originario colore rosso mattone.
A rendere ancora più gravosa la provvista del pregiato liquido era la lunga fila che si era costretti a fare ogni volta che si andava ad attingere; infatti, nonostante il cospicuo numero di fontane esistenti nel paese, non si riusciva  a soddisfare con facilità l’enorme richiesta dell’utenza. Inoltre bisogna considerare che presso la fontana non si andava soltanto a rifornirsi di acqua, ma anche a lavare le verdure e i panni; per questi ultimi naturalmente bisognava recarsi presso le fonti con lavatoio, che di solito erano enormemente affollate.
E allora si faceva a gara tra le madri di famiglia, ma anche tra le figliole più grandicelle ad alzarsi ben presto la mattina per andare a fare il bucato. Quante volte le più coraggiose sfidavano i timori dell’oscurità e anche i pericoli di una nomea poco raccomandabile e andavano al lavatoio a notte fonda! In questa maniera non avrebbero avuto il problema di vedere contaminati i loro panni da acqua già sporcata da altri né quello di aspettare a lungo, per l’affollamento, l’arrivo del proprio turno.
La fontana diventava naturalmente punto d’incontro e di socialità tra i componenti della stessa comunità, ma spesso anche luogo di scontri e di litigi; infatti si attaccava facilmente briga perché c’era la furbetta che o non voleva attendere il proprio turno o non accettava posti secondari nel lavatoio, perché non sopportava di dovere accogliere sui suoi panni acqua già sporcata da altri. Frequentemente dalle parole si passava ai fatti e nascevano delle vere e proprie baruffe in cui le contendenti finivano per fare “a tiracapelli”. E solo l’intraprendenza e l’autorità di qualche santa e saggia donna più anziana riusciva a dividere le contendenti e a mettere fine al turpe spettacolo, che spesso coinvolgeva col pianto anche i figlioletti presenti.
I problemi dell’approvvigionamento si facevano veramente pesanti nei mesi estivi, quando, prolungandosi i periodi di siccità, s’interrompeva l’erogazione del prezioso liquido per più ore al giorno. Allora per l’intera giornata la fontana era pressoché deserta; ma nel tardo pomeriggio, molto prima che il fontaniere aprisse il rubinetto dell’acquedotto, si vedevano, già disposti in lunghe file, secchi, brocche, bottiglioni, contenitori di ogni genere.
Appena si sentiva il rumore rauco dei primi getti d’acqua, tutti si affannavano a passare sotto il cannello i loro recipienti e di nuovo la via per la fontana si animava di donnicciole, giovinetti e bambini; e non era raro vedere insieme a loro tanti asinelli, allegramente condotti dagli operosi agricoltori ad abbeverarsi presso la vasca della sacra fontana.

                                                                       Testo di Silvio Falato


FONTANA DEL POPOLO - PIAZZA CASTELLO





FONTANA DEL POPOLO: FOTO ANTICA






FONTANA DEL POPOLO