Le Pubbliche Fontane
Soltanto di recente l’acqua corrente è stata
portata nelle case di tutti; per rendersene conto, basta pensare che fino agli
anni ’50, in un paese di 7000 abitanti come il nostro, l’acquedotto comunale
serviva soltanto tre o quattro decine di famiglie, e naturalmente erano quelle
appartenenti agli alti ceti sociali.
La prima domanda che ci affiora alla mente
è la seguente:
Data la mancanza di acqua corrente, come si
faceva a risolvere il problema dei bisogni corporali?
Ebbene i più si servivano della stalla:
Era situata di solito al pianoterra e tra l'altro ospitava
il maiale e l’asinello.
Nei palazzi signorili, invece, dietro il
portone d’ingresso c’era il pozzo nero, un fosso profondo una decina di metri,
in cui la servitù versava quotidianamente orinali e vasi da notte usati dai
componenti della nobile famiglia. Tali depositi venivano poi periodicamente
svuotati, ed è bene ricordare che tale poco simpatica operazione veniva fatta
quasi gratuitamente: squadre di addetti
facevano a gara ad accaparrarsi i clienti, ben compensati dalla preziosità dei rifiuti raccolti, che
erano un prodotto ricercatissimo per la concimazione dei campi.
Il pozzo nero in verità lo si trovava
anche nelle grandi strutture abitative, messe a disposizione dagli Enti Assistenziali a famiglie povere e nullatenenti; in tale realtà il deposito di
liquame era chiamato “lukumùne”
(“luogo comune”), proprio perché era “in comune” con gli altri inquilini dello
stabile.
Dopo questa doverosa parentesi, torniamo
alle nostre fontane e al problema dell’approvvigionamento dell’acqua.
Veniva fatto quotidianamente presso
le fonti pubbliche, e Guardia, che era un paese ricco e abbastanza sviluppato,
ne registrava più di una ventina, potendo contare su un regolare acquedotto di
origine locale, ma anche su piccole sorgive che affioravano un po’ dappertutto
nel nostro territorio.
Il compito di andare ad attingere l’acqua
era soprattutto della donna, madre di famiglia; ma un po’ tutti i componenti
del nucleo, dal più grande al più piccolo dei figli, sia maschi che femmine,
dovevano dare la loro collaborazione. Di solito era esentato il padre per il
quale era poco decoroso svolgere tali compiti di femminuccia.
E allora nel corso della giornata si
assisteva a un viavai continuo dei diversi membri della famiglia tra la casa e
la fontana più vicina:
La donna matura di solito portava sulla
testa o sotto il braccio la “langélla”,
una brocca di argilla dalla capacità di 10-15 litri;
il ragazzino o la ragazzina di 11-12 anni
portava la “langellùccja”, una brocca
che aveva la stessa forma della prima, ma una capacità ridotta di 5-6- litri;
il bambino di 7-8 anni portava “re cècene”, un recipiente
rotondeggiante di 2-3 litri, con imboccatura molto stretta, sempre di argilla e somigliante a un piccolo
“cigno”, da cui il nome; ma poteva portare anche la “giarra”, recipiente di creta a forma di “giaretta”, che aveva la
stessa capacità di “re cècene”
il bimbetto di 5-6 anni infine portava “re cecenjélle”, recipiente ridotto che
aveva la capacità di 1-2 litri.
Quello dell’approvvigionamento idrico era
un compito importante e gravoso, perché di acqua, data la numerosità della
prole, ne occorreva molta, anche se non tanta quanta ne consumiamo oggi;
infatti il bagno nessuno lo faceva se non il nobile che era circondato da un
nugolo di servi, e la pulizia personale si limitava allo stretto necessario. I
più aspettavano l’arrivo dei mesi caldi per “andarsi a scotennare”, letteralmente
“andarsi a togliere la cotenna” o patina di sporco che si era formata sul
corpo: d’estate si recavano a frotte al fiume o presso “re vùleqwe”, il laghetto che si forma naturalmente sotto la
cascatella del torrente.
Dal momento che l’acqua era quindi un bene
veramente prezioso, vi lascio immaginare quanto poche fossero le famiglie che
lavavano il pavimento della casa, sì che spesso su di esso si formava una
crosta orripilante che rendeva sempre più bigio il suo originario colore rosso
mattone.
A rendere ancora più gravosa la provvista
del pregiato liquido era la lunga fila che si era costretti a fare ogni volta
che si andava ad attingere; infatti, nonostante il cospicuo numero di fontane
esistenti nel paese, non si riusciva a
soddisfare con facilità l’enorme richiesta dell’utenza. Inoltre bisogna
considerare che presso la fontana non si andava soltanto a rifornirsi di acqua,
ma anche a lavare le verdure e i panni; per questi ultimi naturalmente
bisognava recarsi presso le fonti con lavatoio, che di solito erano enormemente
affollate.
E allora si faceva a gara tra le madri di
famiglia, ma anche tra le figliole più grandicelle ad alzarsi ben presto la mattina
per andare a fare il bucato. Quante volte le più coraggiose sfidavano i timori
dell’oscurità e anche i pericoli di una nomea poco raccomandabile e andavano al
lavatoio a notte fonda! In questa maniera non avrebbero avuto il problema di
vedere contaminati i loro panni da acqua già sporcata da altri né quello di
aspettare a lungo, per l’affollamento, l’arrivo del proprio turno.
La fontana diventava naturalmente punto
d’incontro e di socialità tra i componenti della stessa comunità, ma spesso
anche luogo di scontri e di litigi; infatti si attaccava facilmente briga
perché c’era la furbetta che o non voleva attendere il proprio turno o non
accettava posti secondari nel lavatoio, perché non sopportava di dovere
accogliere sui suoi panni acqua già sporcata da altri. Frequentemente dalle
parole si passava ai fatti e nascevano delle vere e proprie baruffe in cui le
contendenti finivano per fare “a tiracapelli”. E solo l’intraprendenza e l’autorità
di qualche santa e saggia donna più anziana riusciva a dividere le contendenti
e a mettere fine al turpe spettacolo, che spesso coinvolgeva col pianto anche i
figlioletti presenti.
I problemi dell’approvvigionamento si
facevano veramente pesanti nei mesi estivi, quando, prolungandosi i periodi di
siccità, s’interrompeva l’erogazione del prezioso liquido per più ore al
giorno. Allora per l’intera giornata la fontana era pressoché deserta; ma nel
tardo pomeriggio, molto prima che il fontaniere aprisse il rubinetto
dell’acquedotto, si vedevano, già disposti in lunghe file, secchi, brocche,
bottiglioni, contenitori di ogni genere.
Appena si sentiva il rumore rauco dei
primi getti d’acqua, tutti si affannavano a passare sotto il cannello i loro recipienti
e di nuovo la via per la fontana si animava di donnicciole, giovinetti e
bambini; e non era raro vedere insieme a loro tanti asinelli, allegramente
condotti dagli operosi agricoltori ad abbeverarsi presso la vasca della sacra
fontana.
Testo di Silvio
Falato
FONTANA DEL POPOLO - PIAZZA CASTELLO

FONTANA DEL POPOLO: FOTO ANTICA

FONTANA DEL POPOLO
