Buona
serata a tutti, sono qui per la quarta volta a fare compagnia al caro Prof.
Silvio Falato, lusingato dal suo invito e fiducioso della vostra cortesia
sempre dimostratami.
Spero di essere
all’altezza del compito assegnatomi, quello cioè della testimonianza,
conseguenza di una lunga e fortunata esistenza trascorsa a contatto con i
concittadini guardiesi, per il lavoro svolto presso il nostro ufficio postale; unico guardiese tra colleghi forestieri.
Tra tanti episodi
degni di nota ne ho scelto un paio che ritengo siano in sintonia con il tema
della serata, sono ricordi ancora vivi e non dovrei avere difficoltà a
raccontarveli, ma non sottovaluto i rischi dell’età; il più frequente è quello
legato alla memoria; forse perché troppo caricata, si stanca, spegne la luce e
buona notte.
Ho cercato il
rimedio, scrivendo tutto, financo i dettagli: devo quindi solo leggere ed
essere tranquillo, con il vostro sostegno.
Voglio ringraziare
ancora chi mi offre questa opportunità ed essergli orgogliosamente vicino in
questa serata veramente particolare che segna, in modo ufficiale, il suo
ingresso tra i grandi che hanno fatto la storia di questo paese.
La sua “Wàrdja
bbélla”, orgogliosa come una antica matrona, mette in bella mostra i suoi
gioielli ed insieme danno il benvenuto al suo poeta.
Alle altre
espressioni dell’arte, qui esposte, è aggiunta la poesia, capace di portarci
sopra le nuvole ed imparare a volare. Per l’occasione Guardia, questa nostra
nobile e bella signora, ha preparato una cerimonia degna, aprendo il salotto
buono e trasformando quest’aula consiliare in un salone per le feste ,
rubandole per una serata la sua funzione istituzionale di palestra di
appassionati confronti e trasformarla in una tavolozza di colori ricca di
progetti per il futuro.
Tra queste pareti e
quelle di riferimento soprastanti, c’è ancora l’eco di quei giovani leoni
pronti a cambiare il mondo nello scetticismo di qualcuno che aveva già lasciato
lo smalto giovanile lungo sentieri già percorsi.
Come estimatore del
Prof. mi capita spesso di sfogliare qualche pagina della sua straordinaria
opera, ma salto a piè pari tutto ciò che concerne lo studio, le regole, la
grammatica, la fonetica e mi concentro sui cosiddetti “intermezzi ristoratori” che in realtà sono splendidi versi in lingua,
lampi di luce su un passato nel quale mi ritrovo e mi riconosco: sono
finestrelle discrete su cortili
ombrosi di vita
serena, balconi pieni di sole col venticello che gioca a “fa ‘r soc’”. “Sciura-quastiell’”
in cordata sulla parete rocciosa, filari di perle sui corpetti delle nonne, o
quello che rimane di una cravatta di seta pura sul colletto rivoltato della
camicia, quello usato dal nonno il giorno delle nozze. Ed infine, fuori le
mura, nel nostro territorio “zappate
‘ncupe fatte a majese” ed avere ancora un po’ di fiato per accennare il
motivo della canzone preferita: “Era d’
magg’ e t’ cadevan’ n’zin’, a ciocche a
ciocche, l’ cerasa ross’”.
Una povertà antica,
dignitosa e fiera, ricca di coraggio e di rispetto, dignità che ce ne è da
vendere nell’episodio che andrò a raccontare.
Episodio 1° - La dignità del popolo guardiese
Avevo preso una
settimana di ferie e mancava ancora un giorno al rientro in ufficio che era
ubicato a mezza costa di via Portella; ‘zi Vittorio, nostro bravo postino, mi disse:
“so doje matin’ che ‘na v’cchiarella s’ porta la seggelella e t’aspetta; n’
tras’ e m’ dic’ : “si r’ vite diccell ca
i ca l’aspett”.
Era evidente che non
aveva bisogno dell’esperto, ma “de ne pajsane”. Al ritorno la ritrovai li
seduta e mi disse che quello che le serviva non era cosa da sportello; entrammo
quindi nel “retrobottega”, un localuccio che usavamo per ricevere e trasmettere
telegrammi, un luogo appartato e discreto,
proprio quello che lei cercava.
Tirò fuori un rotolo
di banconote, era il risparmio di tutta una vita, ma c’era l’età e quindi non
era conveniente tenerlo in casa; meglio dividerli con i figli, esclusa la parte
“d’ r’ morteode”.
Disse di farne tre
parti, due per i figli ed una per lei; ma mentre contavo il danaro la sentii mormorare
qualcosa, era tesa. Ne chiesi la ragione e lei: “p’ na sc’mm’tà, na l’t’ketta da niente, sbattiu’ la porta e chi t’ r’
dà cchiù; va a ttrova mò addò sta p’ s’ munne for’, chill’ frac’tone, facc’
tuoste e senza cor. Niente, manque na cart’llina p’ dic’ mà statt’
tranquilla, niente. E allora niente s’ mmer’ta”.
Allora io le dissi: “
dicit’m’ na cos e com sì chiama st’
figlio frac’tone e senza core, scummett ca v’ r’curdate pure la data di nascita”.
E lei :” e chi s’ n’ scorda, cu chell che
passaj quand nasciu, però , senza dic’ mancament, era bel’ com a r’ sole”.
Divisi allora per quattro com’era nelle sue intenzioni e la accompagnai
all’uscita: “Statt’ bbona”. E lei : “Statt’ bbuon, mo me ne vaque cuntenta
‘ngrazia d’ Dio”.
A questo punto non
fui capace di trattenermi e le dissi: “Sapit’ quand’ann teneva ij quand sbattij
la porta e m’ n’ ije p’ s’ munne fore?”. “E com’, n’ r’ sacc! Tu n’ m’ cunusc’
ma ij sacc tutt’ cos’; cu mamm’ta bonan’ma, c’ ‘ncuntravam addò Tarsilla quand’
javam accattà r’ scior’ p’ l’ pane; secondo te p’cchè t’agg’ aspettat’?”.
Non passarono molti
giorni e mi dissero “t’arr-cuord chella
v’cchiarella?” Se ne era andata , definitivamente in Grazia di Dio.
Episodio 2° - Costumi del popolo guardiese
Tratteggerò ora il
profilo di un personaggio che si intona al clima festoso che ci circonda. Si
tratta del cancelliere Sebastiano Di Blasio, qualcuno tra voi lo ricorderà.
Io ebbi la fortuna di
conoscerlo e frequentarlo quando era già in pensione. Dai suoi racconti appresi
che era nato all’inizio di via Portella, un’infanzia felicissima, nonostante un
fisico minuto come lo eravamo noi nati prima della nutella e svezzati a “pan’ cuott. M’ pare “‘n spira’pipp’, n’
vasalisque, n’ lecca l’cerne”, questi erano i nomignoli più comuni ma eravamo,
come ricorda il Prof., “com’ a ‘diav’rill scat’nat’”. L’infanzia si sa dura
poco e fu costretto a lasciare Guardia per trasferirsi a Benevento dove fu
prima maestro elementare e poi cancelliere presso quel tribunale. Vedovo e
pensionato ritornò finalmente al paesello e rifiutò in modo categorico di
andare a vivere con i figli: uno a Milano, l’altro a Viterbo.
Si organizzò come
trascorrere la giornata : casa, bar d’ Franc’squiell, circolo La Casina: triangolo
delle Bermuda con l’acqua increspata; nonostante la sua minuscola stazza,
amico degli ultimi ce l’aveva a morte con il potere, responsabile, a suo modo
di vedere, di aver distrutto il suo Eden, come succede a tutti quelli che ne
sono lontani e per troppo tempo. Scettico verso le promesse del nuovo arrivato,
citava un proverbio di origine lombarde: “Neja vascia e pred’ca nova lassa ‘r tiemp
ch trova”.
Le sue filippiche,
espresse in rima, sono raccolte in un opuscolo dal titolo “Satiricon – Nihil
subsole novo” che tradotto in napoletano significa “non cambia nulla, è semp ‘u
stess”.
Al suo fisico già
minuto va aggiunto un serio intervento allo stomaco che ne riduce la capacità
di nutrirsi adeguatamente; però tiene tra le mani sempre un mezzo bicchiere di
vino. Ai suoi amici dottori lo presentava come un toccasana, una siringa di
canfora da presentare ai suoi pazienti.
Col tempo questo
linguaggio contenuto divenne comune pur se nel cerchio ristretto degli amici.
Al bar veniva ordinata una siringa per il cancelliere Sebastiano, e
Frac’squiell’ capiva cosa si intendeva. Al circolo così arrivava un bel
bicchiere di vino rosso, ma come si può immaginare, si potevano creare degli
equivoci e così fu.
Lungo il corso a
Benevento, ad accompagnare il nostro cancelliere, Franco Sebastianelli –
Ustanzella ‘ncoppa a la croce.
Incontrò un vecchio
collega che non vedeva da tempo e costui, meravigliato, non la smetteva di
congratularsi: “Sebastiano, comm’ faj’ a ‘sta accussì bell? Si proprje come ‘na
vota – dimmi che rimedio hai trovato”.
Poi si diede la risposta
da solo: “E già, tu staje e casa la
‘ncoppa, tieni la fortuna di vivere a Guardia, chell’aria fina, o mmagnà genuino, l’olio buono, …e l’ vin’
– aggiunse il nostro giovane Ustanzella. Professò avete dimenticato il vino,
vuja v’dite a Sebastiano come sta come a n’ ‘quard’llucc’, ma chist s’ fa doje
o tre s’ringh a r’ juorn”.
Rispose l’amico: “O
Gesù, ma chest’ che c’entra? Pure io mi faccio le siringhe tutte le mattine ma
p’ o’ fegat’ malat”. Professò fermatevi, disse Ustanzella, qui c’è un equivoco:
“le siringhe di Sebastiano so bicchier’ d’ vin; sentite a me, facit’ na cosa,
trasferitevi a Guardia ed in una settimana vi rimetterete e camperete
cent’anni’”.
Ora proviamo ad
immaginare che a formare un quartetto ci fosse stato anche il nostro Prof.,
vediamo un po’ come si sarebbe comportato. Credo che sarebbe intervenuto così:
“Caro collega , fossi in te farei tesoro del consiglio fattovi dal mio
compaesano. Io da parte mia ti assicuro che troverò un po’ di tempo e ti farò
da Cicerone, anzi, diciamo pure, come se tu fossi Dante ed io Virgilio. Scenderemo
insieme nelle profondità del passato, dove si perdono le nostre radici
guardiole, ti guiderò lungo i gironi sulle orme lasciate dai nostri antenati
dove sono ancorati i costumi , la lingua , la fede, le nostre tradizioni.
Visiteremo le urne
dove riposano i forti, mio caro Pindemonte, quelle che, come dice il Poeta :
“bella e santa fanno al peregrin la terra che le ricetta”.
Poi ti riporterò su e
ti lascerò solo a gustare i frutti del nostro paradiso, ma non cercare
Beatrice, la Guardia Bella, chella ‘e na vota, è solo fantasia, il sogno di un
Poeta nella splendida cornice dei suoi ricordi.