giovedì 31 dicembre 2015

Buona serata a tutti, sono qui per la quarta volta a fare compagnia al caro Prof. Silvio Falato, lusingato dal suo invito e fiducioso della vostra cortesia sempre dimostratami.

Spero di essere all’altezza del compito assegnatomi, quello cioè della testimonianza, conseguenza di una lunga e fortunata esistenza trascorsa a contatto con i concittadini guardiesi, per il lavoro svolto presso il nostro ufficio postale;  unico guardiese tra colleghi forestieri.

Tra tanti episodi degni di nota ne ho scelto un paio che ritengo siano in sintonia con il tema della serata, sono ricordi ancora vivi e non dovrei avere difficoltà a raccontarveli, ma non sottovaluto i rischi dell’età; il più frequente è quello legato alla memoria; forse perché troppo caricata, si stanca, spegne la luce e buona notte.

Ho cercato il rimedio, scrivendo tutto, financo i dettagli: devo quindi solo leggere ed essere tranquillo, con il vostro sostegno.

Voglio ringraziare ancora chi mi offre questa opportunità ed essergli orgogliosamente vicino in questa serata veramente particolare che segna, in modo ufficiale, il suo ingresso tra i grandi che hanno fatto la storia di questo paese.

La sua “Wàrdja bbélla”, orgogliosa come una antica matrona, mette in bella mostra i suoi gioielli ed insieme danno il benvenuto al suo poeta.

Alle altre espressioni dell’arte, qui esposte, è aggiunta la poesia, capace di portarci sopra le nuvole ed imparare a volare. Per l’occasione Guardia, questa nostra nobile e bella signora, ha preparato una cerimonia degna, aprendo il salotto buono e trasformando quest’aula consiliare in un salone per le feste , rubandole per una serata la sua funzione istituzionale di palestra di appassionati confronti e trasformarla in una tavolozza di colori ricca di progetti per il futuro.

Tra queste pareti e quelle di riferimento soprastanti, c’è ancora l’eco di quei giovani leoni pronti a cambiare il mondo nello scetticismo di qualcuno che aveva già lasciato lo smalto giovanile lungo sentieri già percorsi.

Come estimatore del Prof. mi capita spesso di sfogliare qualche pagina della sua straordinaria opera, ma salto a piè pari tutto ciò che concerne lo studio, le regole, la grammatica, la fonetica e mi concentro sui cosiddetti “intermezzi ristoratori” che in realtà sono splendidi versi in lingua, lampi di luce su un passato nel quale mi ritrovo e mi riconosco: sono finestrelle discrete su cortili


ombrosi di vita serena, balconi pieni di sole col venticello che gioca a “fa ‘r soc’”. “Sciura-quastiell’” in cordata sulla parete rocciosa, filari di perle sui corpetti delle nonne, o quello che rimane di una cravatta di seta pura sul colletto rivoltato della camicia, quello usato dal nonno il giorno delle nozze. Ed infine, fuori le mura, nel nostro territorio “zappate ‘ncupe fatte a majese” ed avere ancora un po’ di fiato per accennare il motivo della canzone preferita: “Era d’ magg’ e t’ cadevan’ n’zin’,  a ciocche a ciocche,  l’ cerasa ross’”.

Una povertà antica, dignitosa e fiera, ricca di coraggio e di rispetto, dignità che ce ne è da vendere nell’episodio che andrò a raccontare.

Episodio 1° - La dignità del popolo guardiese

Avevo preso una settimana di ferie e mancava ancora un giorno al rientro in ufficio che era ubicato a mezza costa di via Portella; ‘zi Vittorio, nostro bravo postino, mi disse: “so doje matin’ che ‘na v’cchiarella s’ porta la seggelella e t’aspetta; n’ tras’ e m’ dic’ : “si r’ vite diccell ca i ca l’aspett”.

Era evidente che non aveva bisogno dell’esperto, ma “de ne pajsane”. Al ritorno la ritrovai li seduta e mi disse che quello che le serviva non era cosa da sportello; entrammo quindi nel “retrobottega”, un localuccio che usavamo per ricevere e trasmettere telegrammi, un luogo appartato e discreto,  proprio quello che lei cercava.

Tirò fuori un rotolo di banconote, era il risparmio di tutta una vita, ma c’era l’età e quindi non era conveniente tenerlo in casa; meglio dividerli con i figli, esclusa la parte “d’ r’ morteode”.

Disse di farne tre parti, due per i figli ed una per lei; ma mentre contavo il danaro la sentii mormorare qualcosa, era tesa. Ne chiesi la ragione e lei: “p’ na sc’mm’tà, na l’t’ketta da niente, sbattiu’ la porta e chi t’ r’ dà cchiù; va a ttrova mò addò sta p’ s’ munne for’, chill’ frac’tone, facc’ tuoste e senza cor. Niente, manque na cart’llina p’ dic’ mà statt’ tranquilla, niente. E allora niente s’ mmer’ta”.

Allora io le dissi: “ dicit’m’ na cos e com sì chiama st’ figlio frac’tone e senza core, scummett ca v’ r’curdate pure la data di nascita”. E lei :” e chi s’ n’ scorda, cu chell che passaj quand nasciu, però , senza dic’ mancament, era bel’ com a r’ sole”. Divisi allora per quattro com’era nelle sue intenzioni e la accompagnai all’uscita: “Statt’ bbona”. E lei : “Statt’ bbuon, mo me ne vaque cuntenta ‘ngrazia d’ Dio”. 


A questo punto non fui capace di trattenermi e le dissi: “Sapit’ quand’ann teneva ij quand sbattij la porta e m’ n’ ije p’ s’ munne fore?”. “E com’, n’ r’ sacc! Tu n’ m’ cunusc’ ma ij sacc tutt’ cos’; cu mamm’ta bonan’ma, c’ ‘ncuntravam addò Tarsilla quand’ javam accattà r’ scior’ p’ l’ pane; secondo te p’cchè t’agg’ aspettat’?”.

Non passarono molti giorni e mi dissero “t’arr-cuord  chella v’cchiarella?” Se ne era andata , definitivamente in Grazia di Dio.

Episodio 2° - Costumi del popolo guardiese

Tratteggerò ora il profilo di un personaggio che si intona al clima festoso che ci circonda. Si tratta del cancelliere Sebastiano Di Blasio, qualcuno tra voi lo ricorderà.

Io ebbi la fortuna di conoscerlo e frequentarlo quando era già in pensione. Dai suoi racconti appresi che era nato all’inizio di via Portella, un’infanzia felicissima, nonostante un fisico minuto come lo eravamo noi nati prima della nutella e svezzati a “pan’ cuott. M’ pare “‘n spira’pipp’, n’ vasalisque, n’ lecca l’cerne”, questi erano i nomignoli più comuni ma eravamo, come ricorda il Prof., “com’ a ‘diav’rill scat’nat’”. L’infanzia si sa dura poco e fu costretto a lasciare Guardia per trasferirsi a Benevento dove fu prima maestro elementare e poi cancelliere presso quel tribunale. Vedovo e pensionato ritornò finalmente al paesello e rifiutò in modo categorico di andare a vivere con i figli: uno a Milano, l’altro a Viterbo.

Si organizzò come trascorrere la giornata : casa, bar d’ Franc’squiell, circolo La Casina: triangolo delle Bermuda con l’acqua increspata; nonostante la sua minuscola stazza, amico degli ultimi ce l’aveva a morte con il potere, responsabile, a suo modo di vedere, di aver distrutto il suo Eden, come succede a tutti quelli che ne sono lontani e per troppo tempo. Scettico verso le promesse del nuovo arrivato, citava un proverbio di origine lombarde: “Neja vascia e pred’ca nova lassa ‘r tiemp ch trova”.

Le sue filippiche, espresse in rima, sono raccolte in un opuscolo dal titolo “Satiricon – Nihil subsole novo” che tradotto in napoletano significa “non cambia nulla, è semp ‘u stess”.

Al suo fisico già minuto va aggiunto un serio intervento allo stomaco che ne riduce la capacità di nutrirsi adeguatamente; però tiene tra le mani sempre un mezzo bicchiere di vino. Ai suoi amici dottori lo presentava come un toccasana, una siringa di canfora da presentare ai suoi pazienti.


Col tempo questo linguaggio contenuto divenne comune pur se nel cerchio ristretto degli amici. Al bar veniva ordinata una siringa per il cancelliere Sebastiano, e Frac’squiell’ capiva cosa si intendeva. Al circolo così arrivava un bel bicchiere di vino rosso, ma come si può immaginare, si potevano creare degli equivoci e così fu.

Lungo il corso a Benevento, ad accompagnare il nostro cancelliere, Franco Sebastianelli – Ustanzella ‘ncoppa a la croce.

Incontrò un vecchio collega che non vedeva da tempo e costui, meravigliato, non la smetteva di congratularsi: “Sebastiano, comm’ faj’ a ‘sta accussì bell? Si proprje come ‘na vota – dimmi che rimedio hai trovato”.

Poi si diede la risposta da solo: “E già, tu staje e casa la ‘ncoppa, tieni la fortuna di vivere a Guardia, chell’aria fina,   o mmagnà genuino, l’olio buono, …e l’ vin’ – aggiunse il nostro giovane Ustanzella. Professò avete dimenticato il vino, vuja v’dite a Sebastiano come sta come a n’ ‘quard’llucc’, ma chist s’ fa doje o tre s’ringh a r’ juorn”.

Rispose l’amico: “O Gesù, ma chest’ che c’entra? Pure io mi faccio le siringhe tutte le mattine ma p’ o’ fegat’ malat”. Professò fermatevi, disse Ustanzella, qui c’è un equivoco: “le siringhe di Sebastiano so bicchier’ d’ vin; sentite a me, facit’ na cosa, trasferitevi a Guardia ed in una settimana vi rimetterete e camperete cent’anni’”.

Ora proviamo ad immaginare che a formare un quartetto ci fosse stato anche il nostro Prof., vediamo un po’ come si sarebbe comportato. Credo che sarebbe intervenuto così: “Caro collega , fossi in te farei tesoro del consiglio fattovi dal mio compaesano. Io da parte mia ti assicuro che troverò un po’ di tempo e ti farò da Cicerone, anzi, diciamo pure, come se tu fossi Dante ed io Virgilio. Scenderemo insieme nelle profondità del passato, dove si perdono le nostre radici guardiole, ti guiderò lungo i gironi sulle orme lasciate dai nostri antenati dove sono ancorati i costumi , la lingua , la fede, le nostre tradizioni.

Visiteremo le urne dove riposano i forti, mio caro Pindemonte, quelle che, come dice il Poeta : “bella e santa fanno al peregrin la terra che le ricetta”.


Poi ti riporterò su e ti lascerò solo a gustare i frutti del nostro paradiso, ma non cercare Beatrice, la Guardia Bella, chella ‘e na vota, è solo fantasia, il sogno di un Poeta nella splendida cornice dei suoi ricordi. 
Relazione “La Wàrdja Bbélla”
Ringrazio di cuore il carissimo Oreste per le belle parole e mi congratulo con lui non soltanto per l’attaccamento alle nostre comuni radici, ma anche e soprattutto per il suo estro e per le sue fascinose capacità di porgere, che non hanno paragoni. Grazie, Oreste, e tanti complimenti.
E, dato che mi trovo,continuo con i ringraziamenti:
Li rivolgo, in maniera molto sentita, a tutti coloro che hanno dato un contributo per la buona riuscita di questa serata.
Ringrazio il Sindaco, Dott. Floriano Panza, per la sensibilità mostrata nei confronti del mio lavoro per Guardia.
Ringrazio l’Assessore Morena Di Lonardo per il grande impegno prodigato stasera e nella fase di preparazione della cerimonia.
Ringrazio il Maestro Antonio Di Luise per la bella musica che ci sta offrendo stasera.
Ringrazio l’amico Michele Iacobucci, che con grande perizia ha preparato la stampa della poesia.
Ringrazio l’amico Giacobbe Falato che ha curato la cornice del quadro.
Un grazie di cuore va a tutti quelli che hanno dato una mano e naturalmente a tutti voi che mi state onorando con la vostra presenza.
Fatti questi doverosi preamboli, passo alla mia relazione sulla dedica a Guardia,  chiedendovi prima di tutto scusa se sarò costretto a ripetere cose che vi ho detto già in altri incontri: sono esse parte integrante e fondamentali della nostra storia e rappresentano il filo conduttore del contenuto dell’opera che presentiamo stasera.

“La Wàrdja Bbélla” è un canto accorato di un figlio di questo grandioso paese.
Da ben 32 anni dimoro, per motivi familiari, nella vicina Telese, ma non ho per nulla dimenticato le mie radici, e quasi quotidianamente sento il bisogno di ripercorrere l’antico selciato di pietre delle nostre viuzze del centro storico. Ed è lì, nel cuore del borgo, là dove al silenzio assordante della solitudine fa armonicamente da colonna sonora il rimbombo degli echi di un passato illustre (è lì dicevo) che nasce nel mio cuore questa dedica a Guardia.
Leggiamo la parte iniziale:
La Wàrdja Bbélla
 Guardia La Bella

A ‘mmèza kòšta, affjànqw’a ‘nǝ vallònǝ,
A mezza costa, ai lati di un torrente,
aqqwattàta, kòm’a ‘nǝ wattònǝ,
acquattata, come un gattone,
tra Bbéllǝvǝdè e l’Aqqwa Frabbǝkàta,
tra Belvedere e Acqua Fabbricata,
fàjǝ la wàrdja a tùtta la vallàta.
fai da sentinella a tutta la vallata.

In verità mi è stata essa ispirata anche dall’ambiente scolastico, vissuto da alunno, nel corso degli anni ’50. In quel tempo sia agli esami di quinta elementare che a quelli, più severi e difficili, di ammissione alle Scuole Medie, si era soliti assegnare, come prova scritta di Italiano, un tema sul proprio paese. Si faceva allora a gara nel ricercare notizie storiche sul passato di Guardia, ma soprattutto si ricercava la forma migliore per comporre in un mosaico perfetto le notizie apprese. E mi ricordo che i meno dotati erano soliti iniziare il tema con la frase scialba “Il mio paese è Guardia Sanframondi”; i più capaci invece, per introdurre l’argomento, andavano alla ricerca di espressioni più eleganti, più originali, più forbite o addirittura eccentriche. In una di queste esercitazioni iniziai il tema nella seguente maniera: “Eccolo là, abbarbicato ai ruderi di un antico castello, quasi a vedetta sulla grande pianura tra Benevento e Maddaloni, come un’aquila che domina tutta la pianura sottostante”. E’ così che si presenta, infatti, il paese a chi vi si avvicina provenendo da sud. L’espressione piacque al maestro correttore e piacque anche ai compagni; allora, per spingere i ragazzi all’emulazione, c’era il buon costume di far leggere per tutta la classe i compiti migliori, e spesso anche nelle altre classi.
E a distanza di quasi 60 anni, la presentazione del nostro antico borgo mi è tornata alla mente ancora una volta nel momento in cui mi sono accinto a comporre qualcosa per Guardia. E in effetti, come dico nella prima strofa, il bello del nostro borgo è proprio questo:
1)   La posizione di estrema difesa, con una protezione alle spalle, rappresentata dalla sistemazione a mezza costa sulla montagna;
2)   La funzione protettrice dei torrenti, che in effetti sono due, il Carbonaro e il Ratello (nella poesia per motivi di rima ne nomino uno solo);
3)   L’essere piazzata in un posto elevato e strategico, che consente di tenere sotto controllo tre diverse vallate: quella del Titerno a ovest, quella del Basso Calore a sud, quella Beneventana a est.
Sempre in questa prima strofa un occhio di riguardo è dato ai due bei toponimi, Belvedere, che indica tutto il poggio, sempre a mezza costa tra Via Condotto e zona Municipio, alle spalle della Parallela, e l’Acqua Fabbricata, posto ameno, situato a nord del paese, che era sosta obbligata quando si andava a fare la scampagnata della Pasquetta (re Kummìte) presso la Leonessa o Prèta Sant’Angele.

Leggiamo così la seconda strofa:

Da sémpǝ àrja fìna e térra fròlla
Da sempre aria salubre e terra fertile
attakkàva ki passàva, kòm’a kòlla.
attaccava chi passava, come fa la colla.
Sabbìn’e Oscǝ tǝ djérnǝ la rǝkkèzza
Sabini e Osci ti donarono la ricchezza
dǝ le vìtǝ e dǝ lǝ vìnǝ la prjèzza.
delle viti e del vino l’ebbrezza.

Decanta, come si vede, le doti del nostro territorio, quelle che hanno rappresentato da millenni il tesoro della nostra comunità: il clima benefico e la fertilità della terra. Grazie a queste ricchezze la nostra Guardia è stata abitata da sempre, offrendo calda ospitalità a un popolo che arrivò da noi più di mille anni prima della nascita di Cristo, quello degli Osci, popolazione indoeuropea proveniente dalla steppa dei Kirghisi, tra l’Europa e l’Asia. E furono proprio questi Osci che con una delle loro tribù, quella guidata da Sabus, da cui l’appellativo di Sabini, portarono da noi la vite, conosciuta nel corso del loro viaggio nelle regioni del Caucaso. E questi benedetti Sabini, oltre a fare attecchire la vite, diedero anche il nome al nostro territorio; infatti dalla radice “sab-“ la nuova terra fu detta “Sab-nion”, da cui “Samnium” e poi “Sannio, e da “Samnium” derivò poi “Samnites” e infine “Sanniti”.

Leggiamo di seguito la terza strofa:

Romànǝ, Longhobàrdǝ e Sanframòntǝ
Romani, Longobardi e (Normanni)Sanframondo
s’arrampǝchjérnǝ pǝ’ ‘ssǝ qwaštjéll’ammòntǝ;
si arrampicarono su per l’erta di codesto castello;
ku la kòncja Angioìn’e Araghonèsǝ
con la concia Angioini e Aragonesi
lǝ péllǝ tǝnévǝnǝ a mannèsǝ.
le pelli tenevano sempre a portata di mano.

Accenna essa alle dominazioni subite dal nostro popolo guardiese nel corso dei secoli:
I Sanniti, nonostante la loro fierezza, dopo aver messo a dura prova i Romani con le fatidiche Forche Caudine, dovettero soccombere alla strategia latina e furono sottomessi. Poi, in seguito all’alternanza continua di periodi di auge e di periodi di decadenza (i famosi corsi e ricorsi storici di vichiana memoria) anche i civilissimi Romani furono piegati dall’avanzata dei Barbari, e avemmo prima la dominazione longobarda, poi quella dei Normanni. Questi ultimi nella poesia sono chiamati Sanframondi, ricordiamo Guglielmo Sanframondo e Giovanni Sanframondo, che fu poi anche conte di Cerreto, nome che probabilmente derivava da quello di “Fremundi”, che aveva il nostro paese.
“Fremundi”, l’abbiamo detto altre volte, è un nome composto dall’aggettivo “frei” = libero e il latino medioevale “munda” = protezione; quindi il suo significato sarebbe quello di “protezione libera”, appellativo che dimostra la grande importanza assunta insieme all’autonomia dal nostro feudo.
Dopo i Normanni abbiamo la dominazione angioina e poi quella aragonese. Sotto tutte queste dominazioni il nostro paese visse un grande sviluppo civile ed economico. Raggiunse l’apice della fioritura grazie all’attività di un ceto imprenditoriale e mercantile di eccellenza che praticava la concia delle pelli. In effetti erano questi una comunità ebraica che, capitata, in seguito alla diaspora, nel nostro paese, chiese ospitalità al signore di Guardia. Fu consentito loro di trovare dimora “extra moenia”, fuori delle mura, propriamente nel territorio esteso tra Porta Francesca e Porta dell’Olmo, zona chiamata “Portella” perché luogo di accesso montano al borgo medioevale.
L’attività dei nuovi venuti andò molto bene; s’incrementò sempre più il numero di fabbriche di concia, il prodotto diventava sempre più perfetto e famoso, tanto che si aprì un corridoio commerciale con i paesi dell’Oriente tramite il Foggiano e l’Adriatico. I conciatori fecero meritare al paese l’appellativo di “Guardia delle suole” ed entrarono autorevolmente nell’organizzazione sociale ed economica del tempo.
Vediamo cosa riuscirono a realizzare, leggendo la IV e la V strofa:

E da allòra, a la Wàrdja Dǝ Lǝ Sòlǝ,
E da allora, a Guardia Delle Suole,
qwànt’òpǝrǝ d’àrtǝ, prǝzjòsǝ kòm’a l’òrǝ:
quante opere d’arte, preziose come l’oro:
La Lǝncǝjàta, Sànt’Auštjàn’e rǝ Kumméntǝ,
L’Annunziata, San Sebastiano e il Convento,
ku fǝntànǝ e tànta monuméntǝ.
con fontane e tanti monumenti.

Sandròkka, la Chjésja e lǝ Kappéllǝ,
San Rocco, la Chiesa(dell’Assunta) e le Cappelle,
kàpǝ d’Angǝlǝ e bbéllǝ štatwéllǝ;
teste di Angeli e belle statuine;
pǝ’ la Madònna tànta mǝštèr’e kàntǝ
per la Madonna tanti misteri e canti
e pǝ’ rǝ mwòrtǝ ‘nǝ kàpǝ Kampǝsàntǝ.
e per i morti un capo Camposanto.

I conciatori fondarono enti di beneficenza di notevole importanza come l’Ave Gratia Plena, legata alla Chiesa dell’Annunziata con due ospedali e impreziosirono la Cappella di San Sebastiano con gli affreschi del grande artista napoletano De Matteis.
Per tutto il Seicento e il Settecento, tante furono le opere d’arte che adornarono anche le altre chiese, come il Santuario dell’Assunta, il Convento di San Francesco e la Chiesa di San Rocco.
A completare l’opera fu poi nel secolo successivo il monumentale Cimitero; si poneva anche da noi fine all’antigienico uso di seppellire i morti nelle chiese con la costruzione di un Camposanto grandioso lontano dal centro abitato. E fu esso abbellito con cappelle sontuose appartenenti alle famiglie locali più in vista, che fecero tanto parlare di sé. Era molto diffuso infatti il modo di dire “La Vìlla de Bbenevjénte e re Kampesànte de la Wàrdja”, con un accoppiamento che ancora oggi ci fa molto onore.

Si giunge così alla parte finale della poesia; leggiamola:

So’ pròpja kèštǝ kòs’akkussì bbéllǝ
Sono proprio queste cose così belle
k’ankòra òggǝ tǝ pòrtǝn’a lǝ štéllǝ.
che ancora oggi ti portano fino alle stelle.
Vwo’ sapè’ pǝkkè Škozzès’e Amǝrǝkànǝ
Vuoi sapere perché Scozzesi e Americani
štànn’òggǝ kka ku rǝ pennjéllǝ ‘mmànǝ?
stanno oggi qua con il pennello in mano?

Ku vìnǝ bbwònǝ, àrja fìn’e tradizjònǝ
Con vino buono, aria salubre e tradizione
sǝ štrìzza Artǝ da fèkat’e pǝlmònǝ.
si spruzza Arte da fegato e polmone.

Seguendo gli ammaestramenti del grande poeta Ugo Foscolo, si vuole mettere in evidenza proprio questo, l’intimo rapporto tra passato illustre, grandi monumenti, tradizione e poesia e arte:
I grandi monumenti vanno conservati, rispettati e osannati perché sono testimonianza concreta di un passato illustre, della cosiddetta tradizione. Essi ci fanno migliorare sempre più perché spingono ad emulare i nostri progenitori nelle grandiose imprese. Il tempo che passa, però, tende a cancellare dal mondo e dalla memoria queste testimonianze illustri; ma provvidenzialmente interviene l’arte. Essa in una prima fase, grazie alla architettura e alla pittura, allunga la vita della tradizione e del ricordo, poi, in una seconda fase, grazie alla poesia, eterna tutto e lo rende per sempre incancellabile.
Allora noi, che viviamo in una terra felice, perché fertile e feconda di passato illustre o tradizioni (notate la scelta dei tre aggettivi “felice”, “fertile” e “feconda”, tutti e tre poggianti sulla radice indoeuropea “fe” che indica “fertilità, come dimostrano anche altri vocaboli come “femina”, la donna (sempre con la radice “fe”), “feto”, la creatura che è nell’utero della madre, sempre simbolo di fertilità, “fieno”, latino “fenum”, sempre simbolo di fertilità della terra, ….noi.. dicevo… che viviamo in una terra felice, fertile e feconda di tradizioni, approfittiamone, perché sono esse tradizioni o passato illustre che, insieme ai prodotti genuini della fertile terra e all’aria salùbre, che fortunatamente riusciamo a conservare, fanno spruzzare arte da tutti i pori, come dimostrano anche gli artisti scozzesi e americani che popolano la nostra terra felice. E tra le Arti provvederà poi la poesia a eternare il nostro fulgido passato. A proposito di fecondità, fertilità e felicità, non dimentichiamo che gli abitanti della vicina Pontelandolfo, i cosiddetti “Scarpitti”, quando venivano a frotte a lavorare nei nostri vigneti e uliveti, erano soliti evidenziare il nostro benessere col detto “La Wàrdja è l’Améreka peccerèlla. Krìste krejàwe re mùnne e re Wardjwòle akkapàwe”.
Questi ricordi e queste annotazioni storiche, che stiamo elaborando insieme stasera, unitamente alle peculiarità linguistiche da me messe in evidenza anche  in tanti altri incontri e ribadite quotidianamente sulle pagine di Facebook col gruppo de “La Parlata Guardiese”, dimostrano chiaramente che la nostra è una cultura particolare; è quindi nostro dovere salvaguardarla e impedire che venga travolta dal modernismo, che tutto livella e uniforma.
Cosa fare allora? La mia proposta di stasera è quella di spingere l’Amministrazione locale affinché favorisca la fondazione di un centro documentale di cultura, tradizioni e lingua di Guardia, mediante:
1)   La raccolta di tutte le opere, di qualsiasi natura, che parlino di Guardia, del nostro passato e delle nostre tradizioni;
2)   L’istituzione di uno sportello linguistico.
Tale sportello linguistico avrà tre compiti fondamentali:
a)    assicurare la conservazione del dialetto prima che sia troppo tardi;
b)   favorirne la crescita mediante pubblicazioni, studi e dibattiti;
c)    promuovere una sinergia con le scuole locali, ma anche con qualche istituto universitario ad hoc, utile a trasmettere la lingua dei nostri progenitori alle nuove generazioni.
Non possiamo e non dobbiamo stare più con le mani in mano. Coinvolgiamoci tutti in un’opera di collaborazione e di ripresa e non stiamo solo e sempre a piangerci addosso e a criticare e ad accusare gli altri. Muoviamoci, e  questi ricordi di un passato illustre ci incoraggino a migliorarci e a migliorare il nostro paese sì da consegnare ai nostri figli una terra che sia degna delle glorie vissute.

Segue lettura di tutto il teso della poesia.                      Silvio Falato










La Wàrdja Bbélla
 Guardia La Bella

A ‘mmèza kòšta, affjànqw’a ‘nǝ vallònǝ,
A mezza costa, ai lati di un torrente,
aqqwattàta, kòm’a ‘nǝ wattònǝ,
acquattata, come un gattone,
tra Bbéllǝvǝdè e l’Aqqwa Frabbǝkàta,
tra Belvedere e Acqua Fabbricata,
fàjǝ la wàrdja a tùtta la vallàta.
fai da sentinella a tutta la vallata.

Da sémpǝ àrja fìna e térra fròlla
Da sempre aria salubre e terra fertile
attakkàva ki passàva, kòm’a kòlla.
attaccava chi passava, come fa la colla.
Sabbìn’e Oscǝ tǝ djérnǝ la rǝkkèzza
Sabini e Osci ti donarono la ricchezza
dǝ le vìtǝ e dǝ lǝ vìnǝ la prjèzza.
delle viti e del vino l’ebbrezza.

Romànǝ, Longhobàrdǝ e Sanframòntǝ
Romani, Longobardi e (Normanni)Sanframondo
s’arrampǝchjérnǝ pǝ’ ‘ssǝ qwaštjéll’ammòntǝ;
si arrampicarono su per l’erta di codesto castello;
ku la kòncja Angioìn’e Araghonèsǝ
con la concia Angioini e Aragonesi
lǝ péllǝ tǝnévǝnǝ a mannèsǝ.
le pelli tenevano sempre a portata di mano.

E da allòra, a la Wàrdja Dǝ Lǝ Sòlǝ,
E da allora, a Guardia Delle Suole,
qwànt’òpǝrǝ d’àrtǝ, prǝzjòsǝ kòm’a l’òrǝ:
quante opere d’arte, preziose come l’oro:
La Lǝncǝjàta, Sànt’Auštjàn’e rǝ Kumméntǝ,
L’Annunziata, San Sebastiano e il Convento,
ku fǝntànǝ e tànta monuméntǝ.
con fontane e tanti monumenti.

Sandròkka, la Chjésja e lǝ Kappéllǝ,
San Rocco, la Chiesa(dell’Assunta) e le Cappelle,
kàpǝ d’Angǝlǝ e bbéllǝ štatwéllǝ;
teste di Angeli e belle statuine;
pǝ’ la Madònna tànta mǝštèr’e kàntǝ
per la Madonna tanti misteri e canti
e pǝ’ rǝ mwòrtǝ ‘nǝ kàpǝ Kampǝsàntǝ.
e per i morti un capo Camposanto.

So’ pròpja kèštǝ kòs’akkussì bbéllǝ
Sono proprio queste cose così belle
k’ankòra òggǝ tǝ pòrtǝn’a lǝ štéllǝ.
che ancora oggi ti portano fino alle stelle.
Vwo’ sapè’ pǝkkè Škozzès’e Amǝrǝkànǝ
Vuoi sapere perché Scozzesi e Americani
štànn’òggǝ kka ku rǝ pennjéllǝ ‘mmànǝ?
stanno oggi qua con il pennello in mano?

Ku vìnǝ bbwònǝ, àrja fìn’e tradizjònǝ
Con vino buono, aria salubre e tradizione
sǝ štrìzza Artǝ da fèkat’e pǝlmònǝ.
si spruzza Arte da fegato e polmone.

                                                                               Silvio Falato